senza forse

24 07 2007
Due cerchi affiancati a formare un otto. Oppure il simbolo dell’infinito sull’avambraccio destro.

Mi osservo spavalda la pelle bianca, cerchiata di rosso.

Come non fosse il mio corpo.

La boccata di sigaretta mi rotola ruvida e amara in gola. Il fumo tra le ciglia porta lacrime superflue che si tingono di mascara.

Non è abbastanza. Devo sentire il dolore fisico, non è possibile.

Clack.

Come pop corn l’auto sputa, poco convinta, l’accendisigari di nuovo incandescente.

In un gioco quasi infantile poggio ancora il cilindro rovente sull’avambraccio, facendolo combaciare con la circonferenza arrossata.

Quanti secondi saranno trascorsi? Non lo so, ma potrei ripetere il copione del nostro ultimo litigio in modo impeccabile, così… giusto per vedere quale sia la soglia di resistenza.

Atto finale: a passi veloci e pesanti, paonazza in viso sbatto il portone alle mie spalle e uso il vialetto come rampa di lancio per tuffarmi in auto e scappare piangendo.

Lontana dalla casa del dolore. Dietro ogni porta ricordi di mia madre in un santuario di eterno lutto. La ribellione dei vent’anni: “Ci sposeremo e mi porterà via di qui, via da te, in America!”

Nell’abitacolo dell’auto accostata in una stradina di campagna lo spettacolo continua nel suo epilogo delirante. Denti che si mostrano in un ghigno grottesco, naso che cola, viso di spugna strizzata, grondante di umiliazione, ira, vergogna.
Spurgo sofferenza.
Sbavo risentimento.
Sputo frustrazione.
Mordo le guance per inghiottire il sapore ferroso del sangue.

L’accendisigari oramai freddo tra le dita e un urlo strozzato.

Forse amore - per un padre mai compreso a fondo.

Ancora e ancora e ancora.
Cerchi sempre più vermigli ma non sento niente, se non i miei singhiozzi e il salato del moccio e delle lacrime. Altra sigaretta.

Anelli di siero e velo di pelle bruciata . Sembrano le corone di due crateri, gonfie vescicole circolari. Vene di lava bluastra di sfondo.

Dieci anni e un funerale dopo intravedo quell’otto in trasparenza, smagliatura tonda sul tessuto dermico.
Oggi, come quella sera porto il segno.

Non è ustione per sublimare il dolore.

E’ inchiostro.

In riccioli eleganti. In profondità è arteria pulsante, battiti come pallottole al cuore.

E’ la tua iniziale, Papy.

E’ Amore. Senza forse.

Listening to “Like a Tattoo” Sade

 

Special Thanks to Sago Tattoo



specialità della casa

20 07 2007

Invito a cena.

Da me. 

Cucino io… però l’invito è a tuo rischio e pericolo:

La Chef potrebbe volersi inserire come piatto forte nel menu.

Listening to “Infatuation” Christina Aguilera



l’appuntamento

10 07 2007

Sulla quarantina. Rasato, aspetto gradevole e curato, ma non appariscente.Mi vede arrivare sul vialetto di porfido, bardata con casco e zaino in mano, mentre rovisto alla ricerca delle chiavi del portone.

Sorride e gentilmente mi tiene aperto. Ha lo sguardo che luccica, direi che è emozionato. Rispondo al sorriso e lo ringrazio, una voce femminile dal citofono alle sue spalle gracchia qualcosa di incomprensibile. Lui rimane al portone, in trepida attesa.

Mi dirigo verso l’ascensore pensando di incrociare magari la donna che lo incontrerà.

Il tempo di entrare in casa, togliere giacca, paraschiena e prendere la catena grossa per chiudere la moto parcheggiata in cortile di sotto. L’ascensore è ancora al mio piano. Segno che Lei non è scesa o forse sì, ma dalla scala A.

Invece no. Di lei nessuna traccia e lui è ancora lì, paziente, con una gioia che non riesce a contenere. Ci riguardiamo e risalutiamo con una battuta, ovvia, sul tempo.

“Bufera in arrivo…”

“Ho fatto giusto in tempo a parcheggiare la moto! Che fortuna!”.

Accucciata sulla ruota posteriore armeggio con catenaccio e lucchetto. I primi goccioloni di temporale chiazzano la sella. Mi sollevo e lancio un’occhiata al portone. Ancora nulla. Si fa aspettare questa, la voglio proprio vedere adesso! Con la scusa di controllare il sottosella mi attardo e faccio la vaga.

Rumore del portone di vetro che si chiude. Mi volto verso di lui.

Due bambini gli saltano addosso come cuccioli impazziti. A turno ne prende in braccio uno e poi l’altra schioccando sulle loro guance baci e risa. In trance ritorno verso la portineria. Lui è alle prese con un ombrello colorato a spicchi d’arcobaleno, i bimbi lo strattonano esultanti al suo fianco: “Papy! Papy!”

Scene da famiglie separate. Figli in condivisione. Era il suo week end con i piccoli, altro che cena galante con donna misteriosa.

Abbozzo un sorriso come cenno di saluto quando li incrocio. Il mento mi trema, le mani si serrano a pugno.

Divorziati con figli. E’ famiglia. Nonostante tutto.

Ma al quarto piano il mio appuntamento è con la piantina di basilico da annaffiare.

Mi volto indietro, lui anche.

Un ultimo contatto visivo.

Lui ha gli occhi lucidi di gioia. Io velati di malinconia.



escape

10 07 2007

Il nostro sipario di lenzuoli l’ho appallottolato e gettato in lavatrice. Non ci saranno repliche.

Vanish oxi cancella macchia.

Ho bisogno di ossigeno attivo al cervello. Voglio centrifugarmi lo stomaco, niente ammorbidente per il cinismo.

Forse è meglio conservare i lenzuoli. Non per farne trofei o sindone.

Li annoderò insieme per calarmi in fuga.