30 05 2006
Mi odio…Ho chiamato ora in officina per il primo tagliando del Monster: tutto fully booked fino al 9 giugno.Sgrunf… mannaggia mi perdo 2 week end di moto…mi odio.
Categories : moto mon amour, telex
Mi odio…Ho chiamato ora in officina per il primo tagliando del Monster: tutto fully booked fino al 9 giugno.Sgrunf… mannaggia mi perdo 2 week end di moto…mi odio.
Barcellona. Assaggiata in tutta fretta un anno fa per lavoro. Adesso ho l’occasione per gustarmela. Sono sola con persone che non conosco bene. Una vacanza "incentive" che ancora non sento di meritarmi ma che ho desiderato fortemente. Riconosco i dintorni dell’aeroporto del Prat. Dal finestrino del taxi inalo aria e polvere catalana. La radio frigge risate e chiacchiere. Tutto mi sembra nuovo e conosciuto al tempo stesso. C’è vento. C’è sempre vento a Barcellona mi dice l’accompagnatrice dell’agenzia.
L’hotel Rey Juan Carlos I è un colosso di cemento e vetro. Al suo interno quindici piani di corridoi inquietanti che ti attirano verso gli ascensori panoramici. Una forma quasi da vulva tecnologica. Legno, vetro, metallo, neon. La camera al dodicesimo piano ha una finestra ampia su Barcellona. Ma non si apre. Mi sento sigillata in una capsula di lusso e la città fuori ai miei piedi pulsa, chiama, bussa. No, non è la città che bussa ma la cameriera filippina. Mi lascia un vassoio con acqua frutta fresca, cioccolatini e un invito del direttore dell’hotel al cocktail in vip lounge.
Il letto matrimoniale mi ricorda che sono sola. Mi ci siedo per sfilarmi le ballerine e indossare le scarpe da tennis per il tour della città. Sono lusingata da questo servizio di lusso ma mi sento comunque sola.
Plaza de Catalunya è un fermento di turisti, studenti, gente comune. In un attimo confluiamo nelle Ramblas trascinate dai cinguettii dei pappagallini in gabbia, e dai versi degli artisti di strada. Divertenti uomini-statua che si animano al tintinnio delle monete. Mi resta un velo di tristezza non appena cerco di immaginarne la vita senza trucco e vestiti di scena. Arriviamo in metro alla Sagrada Familia che il sole s’è nascosto dietro le nuvole. Non importa è bellissima. Bella come la fantasia di un bambino l’avrebbe immaginata. Bella con i suoi ghirigori, i particolari, le forme oniriche, fluide, stilizzate. Credo la si potrebbe ammirare per giorni interi senza stancarsene mai. Finita nel 2020? No, la Sagrada Familia è un organismo vivente. Vibra di energia, sembra una pianta marina.
Sono una compagna di viaggio patetica, sembro in gita scolastica: indico tutto, scatto foto, resto estasiata davanti ai monumenti, accendo lumini in chiesa, mi perdo alla Boqueria, compro souvenir patacca, mi sforzo di rispondere in spagnolo anche quando i negozianti si rivolgono a me in italiano. Dai negozietti mi chiamano "italiana, guapa, compra" ed io che speravo di sembrare una catalana, di fondermi con la città in cui volentieri vivrei. Le mie compagne sono più pacate, forse più abituate a viaggiare. Mi rendo conto che il mio entusiasmo infantile le urta. La sera mangiamo un po’ di Barcellona. Il ristorante è in periferia ma la cucina è buona, e ci sono degli universitari della goliardia con abiti e spillette, drappi che suonano per intrattenere gli ospiti in giardino. Dei ragazzotti inglesi dormono, ubriachi marci, seduti sotto le buganvillee, incuranti della musica e del panorama che la città gli offre generosa.
Mattina presto un tassista muto ci scarica vicino Santa Maria del Mar, la chiesa è chiusa, Barcellona ancora dorme. Scorgiamo ed inseguiamo due giganti di cartapesta, un uomo e una donna. Figure folcloristiche che si perdono nei viottoli del Barri Gotico. Un safari fotografico che inaspettatamente ci guida fino al Porto. Tra poche ore proprio da qui ci imbarcheremo sulla Voyager of The Seas.
Un paese galleggiante. Qui c’è tutto, persino il negozio di fiori, il parrucchiere, un campo da minigolf, una pista da pattinaggio sul ghiaccio, un cinema e la parete per il free climbing. Nella mia cabina torno a scoprirmi sola e con due giubbotti di salvataggio. Uno per me e uno per la mia anima? Salgo sul ponte a prendere il sole controvoglia. A casa non abbiamo uno specchio "a figura intera" e quello che ho in cabina è spietato. Non mi piaccio. Quanto successo al mio corpo dalle spalle in giù in quest’ultimo anno lo vedo nella sua interezza, per la prima volta oggi, e non mi piace. Vorrei davvero mimetizzarmi con la sdraio, volare via da questa nave e posarmici di tanto in tanto come un gabbiano che si riposa ma riprende presto il largo verso il cielo. Provo a stordirmi con una birra gelata e dormire. Ci riesco nonostante la musica jamaicana dal vivo ad alto volume. La pelle scotta, ma sento che la luce del sole non è arrivata dentro fino in fondo a me. Sono ubriaca di lusso, il personale di bordo è sempre sorridente e solerte.
Si cena in una sala in stile Titanic.
Penso a questa nave in cui si è liberi in mezzo al mediterraneo, liberi di scegliere se crogiolarsi al sole con un Miami Vice in mano, liberi di sudare in sauna e palestra, liberi di acquistare a prezzi da duty free. Sono libera e prigioniera. Navighiamo. I cellulari non prendono. Il mio confine è la balaustra da cui mi sporgo sul ponte, chiudo gli occhi e stringo le mascelle. Non mi manca nulla e forse è questo il problema.
Scendiamo al ponte 4, tra poco inizia lo spettacolo sul ghiaccio. Cinque posti vicini non ci sono. I novecento posti del teatro del ghiaccio sono quasi al completo. Ci suddividiamo, mi ritrovo di nuovo sola. Il telo mare sulle spalle scottate dal sole, in bocca ancora il sapore della piña colada. Sono seduta davanti ad una pista di ghiaccio, su una nave, ho appena preso il sole, tutto così bello, la coppia di pattinatori scende in pista e io piango, mi asciugo col telo che sa di cloro e abbronzante. Piango per quanto è bello vedere salti, abiti scintillanti, e il suono delle lame dei pattini sul ghiaccio. Piango per quanto è bella Barcellona, per i suoi colori, il sole, gli edifici, le chiese, il porto, la paella, il vino tinto e muchas gracias, hola guapa italiana. Troppo. Troppo tutto. Troppo relax, troppo lusso, troppe novità, troppe emozioni, troppo entusiasmo che si intride di tristezza e allora continuo a piangere.
Sbarchiamo al mattino presto e perdiamo due ore a depositare i bagagli all’aeroporto e tornare in centro. Una caccia veloce agli ultimi souvenir. Una sosta da Paramitas dove comprerei tutto, t-shirt spiritose, colorate, disegnate…buffo che il loro claim si a proprio "love and pain". Amore per la vita e dolore. Bellezza e pianto. Cuori e picche. Compro un paio di avarcas di Minorca, sono così comode che quasi non le voglio togliere, ma mi rimetto su le scarpe da tennis, sarà più bello indossare i sandali menorchini a Milano, mi faranno sentire meno lontana dalla Spagna. Lascio Barcellona e la saluto dal finestrino dell’aereo da cui rivedo pure la nostra supernave di lusso attraccata al porto. Muchas gracias Barcelona, hasta luego.
Barcelona
Where the winds all blew
The churches don’t have windows
But the graveyards do
Me and my shadow
Are wrestling again
Look out stranger
There’s a dark cloud moving in
But if you could hear
The voice in my heart
It would tell you
I’m afraid I am alone
Won’t somebody please
Hold me, release me
Show me the meaning of mercy
Let me loose
Fly, let me fly
Let me fly
Super paranoid
I’m blending, I’m blurring
I’m bleeding
Into the scenery
Loving someone else
Is so much easier
But I hold myself hostage
In the mirror
But if you could hear
The voice in my heart
It would tell you
I’m tired of feeling this way
God, won’t you please
Hold me, release me
Show me the meaning of mercy
Let me loose
Let me fly
Let me fly
Let me fly
I won’t be held down
I won’t be held back
I will lead with my faith
The red light
Has been following me
But don’t worry mother
It’s no longer my gravity
Hold me, release me
Show me the meaning of mercy
Let me fly
Let me fly
Let me fly
Barcelona - Jewel 1998
Quell’amore di suocera ore 23.55 sullo schermo comprare la scritta in corsivo fuxia "The End". Il film è Quel mostro di mia suocera. Commediola da viaggio in aereo quando sei troppo rincoglionito dal jet lag e non cerchi nulla di impegnativo, solo un’alternativa in cuffia alla musica country del secondo canale.
Ci alziamo dal divano. Sparecchio la tavola, mentre Lo armeggia sul suo pc portatile in cerca di un’autoradio su Ebay. Disbrigo un po’ di cose gironzolando per casa.
"Ehi ragazza, vieni un po’ qui… siediti un attimo davanti a me"
Il tono è perentorio. Continua con un
"Parliamo un po’, cosa mi dici del film che abbiamo appena visto?"
Dal cucinino lo guardo perplessa. Piego la testa in modo interrogativo, sembro la versione umana di Rex cane investigatore. Lui invece proprio non mi bada ed è ancora lì, mezzo chino sul portatile, in attesa che mi sieda davanti a lui per farmi il terzo grado.
Sì, ma cosa vuole sapere? Dove vuole andare a parare? In che senso? Vorrà sapere cosa penso di sua madre? Vorrà dirmi che sua madre mi detesta come Jane Fonda detesta Jennifer Lopez nel film? Mi chiederà se temo che sua madre non mi voglia come possibile futura nuora? Vorrà sapere cosa ne penso del gap generazionale tra suocera e nuora?
Con fare quasi impaurito mi avvicino a lui… di sbiego, così quantomeno posso scampare l’interrogatorio faccia a faccia e intanto macino pensieri ipotesi.
Il suo volto è azzurrino, illuminato dal riflesso dello schermo del computer.
L’ansia sale, cerco di pensare a cosa sarebbe meglio rispondere se lui…
Faccio un passo, poi un altro, mi avvicino ancora a Lo, sempre più sospettosa.
Lo si volta. Fa una smorfia amareggiata…
"Sessanta secondi…solo sessanta secondi"
Non ci capisco più niente. Ho solo sessanta secondi per rispondere e poi mi giustizierà come la peggio convivente dell’anno? Ho solo sessanta secondi per dirgli che stimo sua madre, le sono affezionata e per certi versi vorrei avere la sua stessa grinta, cultura, intelligenza? Lo stillicidio di domande scomode durerà solo sessanta secondi? Aiuttt
Non lo riconosco più, il suo volto dolce lascia il posto a visioni di un aguzzino che mi tortura con "Confessa!", "Ammettilo!". Oddio, panico. Un altro passo e gli sono a fianco.
Lui si è voltato di nuovo, non mi guarda più e ora fissa il monitor. Sposto lo sguardo anch’io: un pop up con l’icona di un microfono.
"Si può registrare solo per sessanta secondi!"
Mi indica il pop up che ha una scala volume ed i tastini di play, rec, rwd, fwd.
Voleva provare la modalità di registrazione suoni del computer!
"Volevo provare a registrare la voce sul computer"
"Ahhh, [accompagnato da un mio gesto del braccio tipo mavaffa!], volevi usare il pc per registrare le interviste senza prendere appunti"
"Eh, sì ma dura solo sessanta secondi, è come niente."
Beata accennando quasi una mezza piroetta circumnavigo il tavolo e mi siedo sulla sedia davanti a Lo, accavallando le gambe in modo teatrale e dicendo a voce alta
"Uno due tre prova prova prova Sesssssso sessssso sessssssso"
Rido sollevata e penso che per l’interrogatorio schivato sarebbe più corretto dire "Uno due tre prova prova prova Sssssuocera, Sssssuocera, Sssssuocera"
Siamo bellissime e lo sappiamo Che bello, dopo un lungo, lunghissimo, inverno finalmente macino qualche chilometro! Peccato ci sia un consistente tratto d’autostrada da percorrere, ma meglio che niente. Sono anche un po’ sporchina: neve pioggia, fango e lo smog di Milano non hanno giovato ai miei Marchesini bianchi. Lei è agitata, sa che è il primo viaggio "serio" che ci facciamo insieme. Si è caricata sulle spalle lo zaino per godere della mia livrea rossobianca e mi accorgo di come osserva le curve del mio serbatoio, gonfia d’orgoglio e adorazione. Sono bellissima e lei lo sa. Facciamo subito una bella bevuta al distributore, significa che l’itinerario sarà lungo, non sto nella pelle, pardon non sto in folle…ho una gran voglia di ingranare le marce e partire verso il mio primo raduno con le Desmodonne.
In autostrada mi comporto bene, sono ancora in rodaggio del resto, meglio non strafare anche se questo limite forzato dei cinquemila giri ogni tanto mi va veramente stretto. C’è pure traffico stamattina e a Brescia qualche goccia di pioggia prova a scoraggiarci ma Le faccio capire che non soffro e, allegra, mi allungo in un’accelerata con quella spintarella da dietro che so piacerLe tanto. Infatti mi stringe fra le cosce e ride godereccia sotto il casco. Siamo bellissime e lo sappiamo. Inizio ad avere sete, oramai il parziale sul display segna quasi ducento chilometri di viaggio. Davanti a noi c’è un autogrill di quelli a ponte, che si affaccia sulle corsie dell’autostrada. Sopra il suono del mio bicilindrico sento che mi dice "Sosta al prossimo, non sei ancora in riserva…". E’ vero, sì… ma … ecco, veramente io… mi scappa una gran sete… passiamo l’ingresso all’autogrill, sfrecciamo sotto al ponte pieno di Rustichelle, oddio… aiuto… non resisto…ahhh!!!!
L’ho accesa.
La spia della riserva.
Ma porca di quella porca… peggio di Fantozzi, passo l’uscita per l’autogrill ed il distributore e mi vai in riserva, birbante e sfacciata che non sei altro! Guardo il display della strumentazione. Uhmmm buono, mi ha fatto più di duecento chilometri prima di entrare in riserva, ottimi consumi. Aspé, ecco il cartello che indica la prossima area di servizio.
Tesina Sud 33 km.
Orpo! Meglio chiudere un po’ il gas. Forza ciccia, passiamo in corsia lenta di destra e assestiamoci sui cento all’ora che qui siamo un po’ risicate con la benza.
Caspita, arrivano le due gallerie…sono corte ma ti prego non mi abbandonare ora. Una è andata, bravissima, ora procediamo anche dentro e fuori dall’altra. Perfetto. Sei proprio bellissima, eh, lo so!
Ventinove chilometri da quando mi sei entrata in riserva senza nemmeno farmi l’occhiolino con la spia arancione. Guarda qua bollino acceso fisso, ma tu tieni duro. Non mi abbandonare, manca poco alla prossima area di servizio che se non sbaglio è…
Dopo la nostra uscita per Valdastico. Oh merda.
Se proseguiamo è vero che abbiamo il distributore, la Rustichella, la toilette e sguardi ammirati dai passanti (perché siamo bellissime e lo sappiamo, veh!?) ma è anche vero che l’uscita successiva è Grisignano e ci ritroviamo praticamente a Padova, fuori strada di un bel po’ rispetto alle nostre necessità.
Dobbiamo decidere in fretta, ciccia.
Uscita Valdastico 1000 m
Col dito guantato metto la freccia a destra. Prendiamo la Valdastico. Eh, lo so che in questa bretella non ci sono distributori, ma appena fuori ne troveremo uno, tu intanto non mi abbandonare.
Facciamo altri sei chilometri, forza!
Sette chilometri, uscita Vicenza Nord. Curvone e discesa…
Coff, coff, sput, sblert
Ci siamo.
A secco.
Ma che fa??? Spinge coi piedi come se fosse in bicicletta o su un monopattino??? Eh, vuole guadagnare più strada possibile…ridicola! Mi ha portato al limite. A me dispiace ma davvero non ce la faccio più. Sono senza fiato praticamente, non c’è rimasta che qualche goccia di benzina nel mio pancino rosso con banda bianca…
Per fortuna che c’è il casello. Reggimi per piacere e accompagnami subito fuori che sono spenta, stanca e assetata.
Così mi ritrovo qui ferma all’uscita dell’autostrada. Lei ha pagato e a piedi mi ha sospinta fino al parcheggio. Mi ha assicurata con il bloccadisco (e dove vuoi che vada se sono a secco!!!) e si è diretta verso il centro del paesino sperduto della provincia vicentina. Aspetto, mentre dal cielo di tanto in tanto inizia a schizzare qualche goccia di pioggia. Riposo ubbidiente mentre il casellante mi sorveglia del suo chiosco.
Che culo clamoroso! Nemmeno farlo apposta! Arrivo appiedata al distributore chiuso (solo self service) dopo una camminata di pochi minuti, casco in mano, zaino in spalla e trovo questa coppia di sciuri in scooter che mi presta una tanica! Spettacolo. Ciccia, arrivo coi rinforzi, ti fai una bel cicchetto da cinque litri e torniamo al distributore a completare il pieno e restituire la tanica…
Piove, governo ladro! Ah, alla buon’ora… eccoLa che arriva con la pappa! Ho sete, ho sete voglio benzina a garganella! Apro il bocchetto del serbatoio. Glu glu glu sono così ingorda che ogni tanto deborda un filo di benzina e non mi rendo nemmeno conto del diluvio universale che si è rovesciato su Lisiera.
E’ un quarto d’ora che aspetto che la pioggia sballi…Non posso mica passare qui tutto il pomeriggio. A casa mia sorella ci attende e quando sono in moto lei è sempre in agitazione. Fanculo. Ciccia, si parte. Me ne frego della pioggia, andiamo a bere ancora al distributore e poi continuiamo la nostra avventura.
"Tuto posto, cea?"
"Sì grazie infinite per la tanica, siete stati davvero provvidenziali"
"A te sì tuta baganata! Vara che desso i gà verto anca el gabiotto dea cassa si te vol sugarte ‘na s-cianta"
"Grazie non occorre. Cose che capitano, ci sono abituata. Adesso faccio il pieno e proseguo"
"Anselmo, vara che moto granda e che bee che le xe tute e dò"
"Eh, sì siamo bellissime e lo sappiamo! Arrivederci e grazie ancora!"