Entro nella toilette delle donne e con una spalla accidentalmente urto una ragazza. I servizi sono piccoli ed io, con addosso il giubbotto da moto, risulto un po’ voluminosa e goffa.
Tutte e tre le porte dei gabinetti sono chiuse, davanti a me ci sono cinque persone che sembrano giocare a tetris ad ogni apertura di chiavistello. Una sguscia fuori, l’altra si intrufola mettendo mano alla borsetta se intravede che la carta igienica è terminata. Sorrisini di convenienza, una lavata frettolosa di mani, una spolverata di cipria e via che si ritorna nella bolgia di odori sintetici del Mac Donald’s in Galleria Vittorio Emanuele.
Nei minuti di attesa solo una delle tre porte rimane chiusa e questo rallenta i turni di entrata e uscita delle ragazze nei gabinetti, creando una discreta fila.
Tra il rumore periodico dell’asciugamani in funzione sento anche lo scroscio dello scarico provenire dalla terza porta chiusa. Ancora e ancora.
Qualcuno si sente male, oppure la tazza è intasata.
Il chiavistello rimane sul rosso dell’occupato ma è arrivato il mio turno, un bagno è libero ed entro nella porta subito a fianco. Quando ne riesco, ai lavabi sotto lo specchio, trovo una ragazza sommersa in un maglione ingombrante forse quanto il mio giubbotto in pelle con protezioni.
Butto l’occhio alla mia destra e mi accorgo che finalmente la porta dalla quale proveniva il rumore dello sciacquone è socchiusa, la tipa che era in coda dietro a me se la richiude in tutta fretta: è il suo turno.
Ne deduco che la ragazza che ora si sta lavando le mani, proprio nel lavabo accanto al mio, è quella che prima si era attaccata al bottone dello scarico, senza sosta, asserragliata in bagno. Ancora e ancora.
Ha il capo chinato verso il petto coi capelli mossi di un biondo spento che le coprono il viso. Di sbieco intravedo la sua mano destra alzare e rimboccare il maglione beige sull’avambraccio sinistro, scoprendolo per non bagnarsi. Il braccio sembra la zampa di un insetto, le dita sottilissime si muovono nervose e veloci, intrecciandosi sotto il getto del rubinetto. L’osso del polso è sporgente tanto da parere malforme.
Poi nello specchio incontro il suo sguardo.
Ha sollevato il viso e si passa il palmo della mano a coppa sulla bocca per ripulirsi. Il naso e gli angoli delle labbra sono arrossati, il viso è scavato e di un pallore quasi traslucido. Si accorge che la sto fissando, decide allora di saltare la fase dell’asciugatura e si passa velocemente le mani umide sulle trame del maglione grosso. E’ imbarazzata, forse si sente braccata, sotto esame.
Perché sa che ho capito.
Mentre guadagna velocemente l’uscita dai bagni la osservo meglio, sempre riflessa nello specchio, stavolta di spalle. Pantaloni e maglione oversize che, invece di nasconderla, enfatizzano la sua magrezza: caviglie e polsi esili, pallidi. Sembra fatta di bave di cristallo, fragile, dimessa, monocromatica sia nell’abbigliamento che nei colori della pelle e dei capelli. Finisco di lavarmi le mani, le asciugo con cura sotto il phon dell’asciugamani. Come a volerle facilitare la fuga fuori nel locale, offrendole un vantaggio, lontano dal mio sguardo impertinente e preoccupato.
Mi sistemo il paraschiena, chiudo la zip ed esco dal rimbombo della galleria. Tengo per mano il mio compagno, mentre camminiamo verso la moto gli rubo un bacio e cerco un po’ di serenità nel suo sguardo, ignaro di quanto accaduto nella toilette. Poco dopo cerco di non pensarci, salgo sul sella ed abbraccio il mio pilota. Poggio il casco sulla sua schiena di lato, così lascio sfilare davanti ai miei occhi i colori della gente, le luci delle auto e dei semafori. Una giostra confusa, come il mio umore.
Ad un tratto uno sguardo incide la mia visuale. E’ lei, di nuovo.
Sta parlottando con le amiche, ferma ad un passaggio pedonale. Un sorriso un po’ forzato in faccia che le si spegne non appena i nostri occhi si incrociano per la seconda volta questo pomeriggio.
Sappiamo.
Con l’indice guantato faccio scendere la visiera sul mondo, chiudo gli occhi e stringo più forte il mio uomo, facendomi cullare dal suono del bicilindrico inglese che sfreccia per le vie di Milano.