29 10 2004

Sto per raggiungere i 90 giorni dall’ultima sigaretta. Mi sono preparata all’evento con i miei compagni di lotta…al fumo. Il multiblog per smettere di fumare, progettato da Latifah, ha da oggi un nuovo vestitino da me creato e al suo attivo una recensione su “Il Venerdì” di Repubblica. Molto arrosto e poco, anzi, niente fumo. Forza ragazzi ce la possiamo fare!

Smettiamola!



24 10 2004

Vivila! Mi sento strana ed irrequieta. Il raffreddore che mi ha tenuto in casa tutte le sere della settimana e persino l’intero week end ha aggravato la mia astinenza da moto. Ho bisogno di salire in sella, sentirla fare le fusa e pulsare coi suoi quattro pistoni tra le cosce. Se non oggi domani, se non domani martedì. Non ce la faccio più. Scrivere di moto, parlare di motocicliste, organizzare raduni è un palliativo. Bisogna guidarla, viverla. Sempre. Altrimenti come fai a scrivere di lei ed emozionarti per ciò che scrivi?



19 10 2004

Entro nella toilette delle donne e con una spalla accidentalmente urto una ragazza. I servizi sono piccoli ed io, con addosso il giubbotto da moto, risulto un po’ voluminosa e goffa.

 

Tutte e tre le porte dei gabinetti sono chiuse, davanti a me ci sono cinque persone che sembrano giocare a tetris ad ogni apertura di chiavistello. Una sguscia fuori, l’altra si intrufola mettendo mano alla borsetta se intravede che la carta igienica è terminata. Sorrisini di convenienza, una lavata frettolosa di mani, una spolverata di cipria e via che si ritorna nella bolgia di odori sintetici del Mac Donald’s in Galleria Vittorio Emanuele.

 

Nei minuti di attesa solo una delle tre porte rimane chiusa e questo rallenta i turni di entrata e uscita delle ragazze nei gabinetti, creando una discreta fila.

Tra il rumore periodico dell’asciugamani in funzione sento anche lo scroscio dello scarico provenire dalla terza porta chiusa. Ancora e ancora.

 

Qualcuno si sente male, oppure la tazza è intasata.

Il chiavistello rimane sul rosso dell’occupato ma è arrivato il mio turno, un bagno è libero ed entro nella porta subito a fianco. Quando ne riesco, ai lavabi sotto lo specchio, trovo una ragazza sommersa in un maglione ingombrante forse quanto il mio giubbotto in pelle con protezioni.

Butto l’occhio alla mia destra e mi accorgo che finalmente la porta dalla quale proveniva il rumore dello sciacquone è socchiusa, la tipa che era in coda dietro a me se la richiude in tutta fretta: è il suo turno.

Ne deduco che la ragazza che ora si sta lavando le mani, proprio nel lavabo accanto al mio, è quella che prima si era attaccata al bottone dello scarico, senza sosta, asserragliata in bagno. Ancora e ancora.

 

Ha il capo chinato verso il petto coi capelli mossi di un biondo spento che le coprono il viso. Di sbieco intravedo la sua mano destra alzare e rimboccare il maglione beige sull’avambraccio sinistro, scoprendolo per non bagnarsi. Il braccio sembra la zampa di un insetto, le dita sottilissime si muovono nervose e veloci, intrecciandosi sotto il getto del rubinetto. L’osso del polso è sporgente tanto da parere malforme.

 

Poi nello specchio incontro il suo sguardo.

 

Ha sollevato il viso e si passa il palmo della mano a coppa sulla bocca per ripulirsi. Il naso e gli angoli delle labbra sono arrossati, il viso è scavato e di un pallore quasi traslucido. Si accorge che la sto fissando, decide allora di saltare la fase dell’asciugatura e si passa velocemente le mani umide sulle trame del maglione grosso. E’ imbarazzata, forse si sente braccata, sotto esame.

 

Perché sa che ho capito.

 

Mentre guadagna velocemente l’uscita dai bagni la osservo meglio, sempre riflessa nello specchio, stavolta di spalle. Pantaloni e maglione oversize che, invece di nasconderla, enfatizzano la sua magrezza: caviglie e polsi esili, pallidi. Sembra fatta di bave di cristallo, fragile, dimessa, monocromatica sia nell’abbigliamento che nei colori della pelle e dei capelli. Finisco di lavarmi le mani, le asciugo con cura sotto il phon dell’asciugamani. Come a volerle facilitare la fuga fuori nel locale, offrendole un vantaggio, lontano dal mio sguardo impertinente e preoccupato.

 

Mi sistemo il paraschiena, chiudo la zip ed esco dal rimbombo della galleria. Tengo per mano il mio compagno, mentre camminiamo verso la moto gli rubo un bacio e cerco un po’ di serenità nel suo sguardo, ignaro di quanto accaduto nella toilette. Poco dopo cerco di non pensarci, salgo sul sella ed abbraccio il mio pilota. Poggio il casco sulla sua schiena di lato, così lascio sfilare davanti ai miei occhi i colori della gente, le luci delle auto e dei semafori. Una giostra confusa, come il mio umore.

 

Ad un tratto uno sguardo incide la mia visuale. E’ lei, di nuovo.

 

Sta parlottando con le amiche, ferma ad un passaggio pedonale. Un sorriso un po’ forzato in faccia che le si spegne non appena i nostri occhi si incrociano per la seconda volta questo pomeriggio.

 

Sappiamo.

 

Con l’indice guantato faccio scendere la visiera sul mondo, chiudo gli occhi e stringo più forte il mio uomo, facendomi cullare dal suono del bicilindrico inglese che sfreccia per le vie di Milano.

 



14 10 2004

Milano… arrivo!



11 10 2004

Avviso alle motovelociste TROFEO ITALIANO MOTOCICLISTE  2005
Vuoi correre anche tu?
Se il prossimo anno vuoi partecipare anche tu al Trofeo Italiano Motocicliste, avvicinarti all’agonismo e far parte del gruppo delle donne più veloci d’Italia scrivici:


trofeo@motocicliste.net

ti invieremo le informazioni relative alla prossima stagione agonistica! Info sull’edizione 2004 del Trofeo Italiano Motocicliste reperibili qui



8 10 2004

L’amica ritrovata L’ho vista in forma la mia omonima. E’ passata per un saluto veloce, dopo una riunione qui in azienda da noi. Non è più mia collega da un anno abbondante, da quando si è trasferita nella città da bere - ma non ha smesso di essere un’amica. Anzi, mi rendo conto, forse proprio oggi, che lei è stata per me sempre più un’amica, piuttosto che una compagna d’ufficio.

Nemmeno il tempo per il caffè abbiamo avuto, perché Miriam doveva tornare a Milano con la sua nuova collaboratrice, che l’aspettava fuori, nel parcheggio dei visitatori.

Così dopo un abbraccio, due chiacchiere di aggiornamento ed esserci guardate mezze incredule (stesso taglio di capelli, entrambe con un capo rosa addosso, tutte e due sorridenti come bimbe) ci siamo dovute salutare. Col magone. So che la vedrò di nuovo: presto qui in azienda o sotto la Madunina quest’inverno, ma mi ha fatto male dentro salutarla. Mi sono sentita un po’ capricciosa ed egoista. Nel mio cuore dicevo: Miri, topolina, resta qui, parliamo ancora, non andartene… Come un cane confuso ho inclinato la testa di lato. Il mio “Ciao!” si è incrinato in una smorfia, per nascondere la tristezza. Sorridevo col mento tremante, camminando indietro per poterla guardare ancora qualche istante. Ho tenuto sollevato il palmo della mano in un cenno di saluto. Se non mi fossi voltata per rientrare in ufficio Miriam mi avrebbe vista piangere. Ed io forse avrei visto i suoi gli occhi lucidi.