Scopri l’intrusa… …

23 12 2003

Scopri l’intrusa… http://www.aprilia.com/portale/ita/home.phtml

Buon natale!



Anonima motociclista…

23 12 2003

Anonima motociclista Vs Pilota MotoGP: così lontani così vicini Lavoro a stretto contatto con uno degli imprenditori più importanti e noti del nostro Paese. Nonostante mi sia concesso questo privilegio quotidiano ed il fatto che il mio Capo sia una persona estremamente educata, cordiale, semplice e di classe, parlare ed incontrare personaggi di un certo rilievo mi incute sempre una sorta di formale riverenza. Si pensa ai vip sempre come ad alieni capricciosi, irraggiungibili, lontani anni luce dal nostro quotidiano. Così lontani…

 

Ieri sera ho conosciuto un protagonista della scena motociclistica 2004 per la prima mezz’ora di conversazione ed un ragazzo inglese sveglio e disponibile per il resto della serata o quasi.

Occasione di quest’incontro tra celebrità del motociclismo internazionale (pilota) e anonima motociclista (ovvero io) è stata la Motofesta Pompone Racing Team & Aprilia. Il mio interlocutore d’eccellenza per la cena ed i festeggiamenti è Shane Byrne, recentemente ingaggiato da Aprilia per correre in sella alla RS Cube in MotoGP.

 

Di lui e della sua carriera sapevo già tutto o quasi, una settimana prima della serata clou. Conscia dell’importanza e dello spessore del nostro ospite d’onore mi aspettavo un cerimoniale rigoroso da seguire durante la cena. Poche domande, risposte stringate e massima discrezione. Ero completamente fuoristrada. Dopo i primi convenevoli Shane si è fatto travolgere dalla curiosità dei suoi commensali dimostrando una pazienza infinita, un sense of humor notevole, un’umanità che davvero poco avevano a che fare con l’immagine del grande campione iridato della Superbike inglese che mi ero fatta nei giorni precedenti.

 

Ogni domanda, anche le più ovvia, assurda ed insolita, ha trovato risposta da parte di questo pilota del Kent dai vivaci occhi turchesi. Al di là del questionario in stile cartella stampa, tra una battuta di spirito, i flash dei fotografi ed un boccone di canederli tirolesi, di lui ho scoperto gli aspetti più disparati. Il suo principale hobby quando non è impegnato con gli allenamenti ed il suo team è il motocross. Sintomo di una passione per le due ruote che non conosce pause e spazia dalla staccata in pista alle derapate su sterrato.

 

Neanche a dirlo dell’Italia ama la cucina, le belle donne e le belle moto, ma con tenerezza infinita mi ha mostrato la foto del suo splendido cane che lo aspetta in patria e mi ha parlato con vena nostalgica della sua mamma. Chi l’avrebbe mai detto… un esuberante pilota inglese mammone come un italiano verace! Per non parlare dei suoi gusti a tavola: con stupore il pochissimo alcol che Shane si è concesso durante la cena è stato qualche bicchiere di vino rosso, mentre io, italiana doc, ho pasteggiato con la biondissima “Birra del Centenario” della brauerei Pedavena di Feltre, che faceva da cornice alla festa Pompone ed Aprilia.

 

Il suo rapporto con la celebrità è buono, mi dice facendo spallucce, a metà tra l’imbarazzato e il lusingato. Qui in Italia, continua poi, riesce a camminare per la strada senza essere fermato in continuazione dai fan. Mi accorgo da sola che non si indispettisce ad essere al centro dell’attenzione. Si presta con serena ed innocente rassegnazione alla pioggia di richieste di autografi e foto. Il suo sorriso davanti all’obiettivo non mi appare mai forzato o di convenienza, sembra invece veramente coinvolto e sinceramente amichevole con tutti. Naomi Campbell avrebbe un sacco da imparare dal numero 67: Shakey, come ama farsi chiamare, Shane Byrne.

 

E’ felice. Me lo conferma ogni cosa che mi racconta di sé, del suo lavoro, della sua vita. Fa un lavoro che sognava fin da piccolo e che lo appassiona giorno dopo giorno. I suoi amici spesso lo seguono durante le gare, fino a qualche minuto prima d’infilare la tuta e vedere il verde scattare dalla pole position. Se non è in moto è in palestra o sulla tavola da snow. Non ha perso la sua spontaneità tra gli abbagli dei flash sul podio e, allo stesso tempo, non è un comunicatore da show business come Valentino Rossi; ma a lui Shakey si sente comunque simile. In fondo sono entrambi due ragazzi a cui piace divertirsi in moto. L’unica cosa che invidia alla piccola canaglia di Tavullia è il numero di gare vinte. Negli occhi di Shane però leggo una determinazione che credo lo porterà a dare il massimo in MotoGP, come ha già fatto vincendo brillantemente la Superbike inglese, con due gare d’anticipo, quest’anno.

 

La RS Cube l’ha già provata a Jerez e Valencia poche settimane fa, ma da come mi racconta l’esperienza dei test comprendo l’entusiasmo ed il forte desiderio di ritornare quanto prima in sella. Succederà a fine gennaio e non sta nella pelle. Vuole fare più giri possibili in circuito, conoscere la moto, interagire con i meccanici per prepararla secondo i suoi requisiti. E’ carico come una molla, in lui c’è una tensione propositiva contagiosa. Questo ragazzetto inglese ha grinta da vendere, sembra che dica “Mettetemi sotto il sedere la RS Cube, con il team Aprilia questa moto presto mi calzerà come un guanto. Fatemi provare tutti i circuiti che non conosco, ma soprattutto fatemi correre!”. E’ cosciente che il passaggio da Superbike inglese a MotoGP non sarà cosa semplice, ma tra le righe della sua risolutezza si legge che, seppur difficile, l’impresa non è impossibile.

 

Spesso mi ritrovo a dirgli “…Caspita, succede anche a me!” a tutto vantaggio del clima di cordiale scambio d’opinioni ed esperienze tra centauri che si è instaurato nel corso della cena. Per qualche minuto, infatti, chi mi siede a fianco non è più il decoratissimo vincitore, ma un motociclista che ha affrontato le sue cadute, che segue i suoi rituali scaramantici per infilarsi gli stivali, che sogna rocamboleschi voli svegliandosi di soprassalto la notte, che si prende dieci minuti per sé prima di vestirsi e inforcare la moto…fosse anche solo per una sosta alla toilette!

Ha ventisette anni ma un’esperienza sulle due ruote notevole. Dimostrando grande saggezza mi dice che le cadute peggiori sono quelle alle quali non sai dare una spiegazione, perché da quelle cadute forse non si riesce mai a trarre un insegnamento preciso.

 

 

La scaletta della serata mondana incombe, foto di rito con il Presidente Ivano Beggio, breve discorso di augurio e ringraziamento. Dalla scalinata/palco di Pedavena davanti ai 320 invitati traduco sottovoce i ringraziamenti dei vari motoclub Aprilia per Shane. Lui è più alto di me ma i tacchi e uno scalino mi aiutano ad avere la voce a portata del suo orecchio. In una pausa della mia traduzione simultanea alza lo sguardo e mi sussurra “Non c’è proprio modo di portarti via dal tuo capo?”. Mi sorride, grato per il supporto da traduttrice personale. Ricambio vagamente imbarazzata per il complimento canzonatorio lanciato nel bel mezzo della consegna dei riconoscimenti, sotto la luce abbagliante dei riflettori.

 

Scendiamo qualche scalino verso la sala, è tempo di tagliare la torta e fare un bel brindisi alla buona riuscita della festa Pompone & Aprilia ed al 2004 che vedrà Shane sulla RS Cube. Tra gli applausi e le urla festose, dopo aver ben shakerato la bottiglia di champagne, Beggio e Shakey si scambiano un’occhiata complice e la pioggia di bollicine investe prima tutti gli astanti ed infine la mia schiena per una doccia frizzante di risa e gioia (clicca qui per vedere il video).

 

E’ un attimo ed il pubblico lo inghiotte con tentacoli di braccia, in un vociare confuso. La sua portavoce, responsabile per la comunicazione del reparto corse, lo prende per mano come uno scolaretto, cercando di divincolarsi dalla stretta della folla ed uscire in gran fretta. Fra gli spintoni e la corrente umana ci ritroviamo faccia a faccia per un bacio di saluto fugace. “See you again!” Mi sorride, mi ringrazia. Non lo vedo già più.

 

L’odore di champagne e la schiena bagnata mi fanno tornare alla realtà. Ci rivediamo… come no, in televisione o dalle tribune! Ferma in piedi con il mio cappellino da babbo natale di traverso mi ritrovo con gli angoli della labbra all’insù in un sorriso compiaciuto. Attorno a me si muove ancora lo sciame di gente che lo invoca a gran voce.

 

Poco importa se lo rivedrò solo su un monitor o dietro una transenna. Stasera non ho conosciuto solo un campione della Superbike ma ho conosciuto anche un ragazzo innamorato del suo lavoro, della moto e della vita. Proprio come me. Così lontani, così vicini.



18 12 2003

Ho passato due giorni a casa con l’influenza. Stamattina non mi ricordavo di quanto fosse freddo il mondo fuori.



13 12 2003

“Fuori Orario” su RaiTre passa un film muto giapponese degli anni ‘20. E’ già domani ma non ho sonno. Sento solo il suono delle mie dita sulla tastiera e il ronzio della ventola del pc. “Non vorresti un anello così?” boccheggia lui a lei nei sottotitoli. No, vorrei solo smettere di pensare. La mia voce rompe il silenzio. E’ tempo di andare di sopra. Morfeo, sto arrivando.



11 12 2003

Un pass per la felicità – fotogrammi di un week end a Imola La mia immagine riflessa nella porta a vetri di un hotel che si apre mentre trotto verso la reception a ritirare i nostri badge. L’emozione che sale ed un sorriso ebete che mi si stampa in faccia mentre mi sistemo addosso il cartellino da punzonare. La voce di uno speaker e intravedere le schiene di mastodontici tir colorati che riposano come mandrie di dinosauri. Le bandiere, i rombi dei motori, gli stand dei vari team e sponsor. I box come alveari operosi e frenetici. Ragazzine truccate, un po’ volgari, infilate in improbabili tute di lycra sgargiante, sorrisi forzati come i loro piedi in stivali dai tacchi vertiginosi. Riconoscersi con gli altri ospiti del paddock a seconda del colore del pass che si indossa.

 

Sentirsi parte di un’élite che si raccoglie attorno al palco, dove vengono intervistati i piloti. Meccanici come superstar che per tre giorni sorridono impacciati davanti all’obiettivo dei curiosi. Magliette con i colori delle varie squadre che girano tra i tendoni dell’hospitality. Volti concentrati sui monitor sparsi un po’ ovunque. Odore di pneumatico, benzina, panini unti e patatine fritte.

Il pass che oscilla ad ogni passo e segna il nostro vagare curioso ed eccitato nel paddock.

 

La gioia di trovare qualcuno che ho conosciuto per lavoro o ai raduni, ospite di qualche stand. Entrare nel passaggio sotterraneo come gladiatori, col pensiero che sulle nostre teste qualche metro più in alto, in superficie, sfrecciano moto a velocità pazzesche.

Una volta usciti alla luce del sole, salire in tribuna centrale ed abbracciare con lo sguardo il rettilineo del traguardo, la Rivazza, la variante, i box… Bancarelle stipate di magliette, cappellini, portachiavi e persino gli slip dei piloti.

 

Bambini che sventolano i poster dei loro beniamini e ragazzoni inglesi attorniati di lattine di birra che ronfano cullati dal rumore dei motori.Vecchi motociclisti con lunghi capelli bianchi che spuntano dai cappellini, inguainati in tute di pelle panciute per via delle troppe birre ingurgitate.

 

Mi sporgo sul muretto, mi aggrappo alla rete di recinzione ed inspiro per poi osservare in apnea i bolidi che mi passano davanti come proiettili. La variante è ipnotica. Le moto sfilano una dietro l’altra, si piegano in cerca dell’asfalto e si rialzano come le gambe delle ballerine di un musical anni ‘50, con la cadenza di un metronomo. Prima a sinistra e poi a destra…tic, tac, tic, tac…una grazia che difficilmente si pensa possa sposarsi con la potenza. Invece…le lancette di questo metronomo su due ruote si inclinano, danzano, si stendono in orizzontale in traiettorie al limite della gravità. Fiamme dagli scarichi, cordoli che portano le moto a irretirsi comestupendi cavalli selvaggi.

 

Staccate agli ultimi metri utili prima dell’entrata in curva, punte dei piedi che si muovono veloci sulle pedane in un crescendo di marce, ruote anteriori che si staccano dall’asfalto per mordere l’aria alla ricerca esasperata di qualche millesimo di secondo in più. Lo speaker urla in uno spasimo di agitazione: l’ultimo giro per questa gara volge al termine, la bandiera a scacchi sventola, i piloti terminano il loro giro finale e danno, ancora una volta, spettacolo.

 

Saltello giù dalla gradinata per avvicinarmi alla pista il più possibile. Burn out, stopper, impennate infinite…il mio volto si apre in un sorriso che non riesco a trattenere, il pilota si ferma vicino alla tribuna, alza il braccio ed io, come un’idiota, convinta che il suo saluto sia solo per me, ricambio. Le ciglia fanno da filo spinato alle lacrime di gioia. Mi trattengo e consulto con lo sguardo i miei vicini, accalcati al muretto, cercando di capire se anche loro sono emozionati quanto me.

 

Mi giro poi verso i posti a sedere, in alto, e tra la folla riconosco i volti dei miei compagni d’avventura. Sto ancora sorridendo mentre torno a respirare normalmente. Risalgo a gran passi le scalinate. Mi tuffo in un abbraccio che sa di cotone pulito, cuore che batte, una coccola piccola e appena accennata mentre intorno a noi è confusione, tensione, sfida, rumore, tifoseria eccitata, delusione all’ultimomillesimo o trionfo totale.

 

Riguardo il pass stamattina, lo accarezzo con gratitudine. Un quadrato di plastica: la chiave di accesso a tante emozioni. La felicità è fatta di piccole grandi cose.

 

Era il 29/09/03

 

Questo racconto lo puoi leggere anche qui:

http://www.motocicliste.net/storie/imola.asp



5 12 2003

C’è la crisi Mio padre diceva che era il mio rifugio peccatorum. La mia seconda casa. Effettivamente con gli orari che faccio, la sera dopo l’ufficio, posso permettermi solo di andare all’ipermercato per fare le piccole spese.

Qualche settimana fa vedere in lontananza dalla statale le luminarie natalizie sulla grande struttura del centro commerciale mi ha scazzottato lo stomaco. Come? Natale? Di già?

Il sipario di porte a vetro si chiude alle mie spalle, la promenade centrale è un tripudio di decorazioni e musiche scampanellanti. Piccoli nuclei di famiglie dai lineamenti asiatici o africani vagolano ubriachi di luci e consumismo. Un paio di loro mi speronano con i carrelli semivuoti, sono disorientati e confusi. Come me.

Sono al reparto giocattoli, voglio comprare dei piccoli regalini per i due bambini che mi hanno adottata come vicina di casa e amica adulta la scorsa estate. Sono le mie piccole ancore di salvezza, i miei elfi birichini, che aspettano di veder parcheggiata la mia auto la sera per lanciarsi al davanzale della finestra coi loro musetti birbi. Guardiamo assieme Striscia la Notizia in cucina con un bicchiere di succo di frutta in mano e i racconti di scuola e marachelle in bocca.

Sono così scombussolata dalle cifre e dai nomi deliranti dei nuovi giocattoli che cerco di stare in quell’area dell’ipermercato il meno possibile. Scelgo frettolosamente un modellino di motocicletta per lui e una bambola macrocefala e con gli stivali a zeppa per lei. La bambola è quanto di più trend in commercio, che sia bella è discutibile. Quella che ho scelto io è una copia di una sottomarca, ovviamente. Si chiama “Mimi” e mi illudo che a lei piacerà per questo, nonostante non sia l’originale che costa cinque volte tanto.

Riempio il cestino rosso di plastica coi giocattoli e continuo a gironzolare confrontando prezzi, cercando ispirazione e idee per regali che non costino un patrimonio e siano utili e carini. Sono una sognatrice, lo so.

La zona utensili e accessori cucina è quasi deserta, mi ci fiondo così posso guardare con calma aprire le confezioni dei bicchieri per vedere se sono tutti intatti, srotolare le tovagliette all’americana, provare i grembiuli da cucina con il faccione di San Nicolò in pace.

Invece sento una voce femminile che dice in tono solenne “Bambini, c’è la crisi quest’anno, non potete chiedere troppi regali!”.

Colpita dall’affermazione mi volto e li vedo. Mamma con bimba sui cinque anni che zampetta nel carrello e bambino di circa otto che osserva la madre perplesso dal basso, dondolandosi sugli scarponcini scamosciati.

“…non ci sono i soldi, pensate che dobbiamo darli noi a Babbo Natale, perché anche lui non ne ha per i regali di tutti i bambini!”

Per non sembrare inopportuna mi volto e ritorno con lo sguardo al nasone di San Nicolò stampato sul grembiule che si protende in fuori seguendo il mio seno. Sono un’idiota ad aver origliato e a trovarmi lì con il cappottino bon ton grigio e questo pacchiano grembiule natalizio made in china sopra. Sembro un grottesco pagliaccio natalizio.

Mi sento come quei due bambini a cui è stato preannunciato un magro natale, increduli, delusi, un po’ arrabbiati. Mi sento come quella madre costretta in parte a mentire, che non sa giustificarsi e usa a mo’ di capro espiatorio una figura mitologica, innocente per antonomasia: Babbo Natale in persona. Mi sento come quel San Nicolò sul grembiule con un sorriso e le guance rosse perennemente stampate sul viso, volutamente ignaro di ciò che succede ai nostri portafogli e all’economia. Quel sorriso stampato a colori vivaci che dice: “E’ Natale! Se nessuno ti viene a dire che i prezzi sono raddoppiati e che c’è la crisi tu compri e sei felice!”. Eh già… se nessuno te lo viene a dire… Un po’ come “occhio non vede cuore non duole”.Una mamma però oggi l’ha detto ai suoi figli: “C’è la crisi”.

Mi sfilo dalla testa il grembiule da cucina con triste rassegnazione. Mamma e bimbi sono scodinzolati via col loro carrello, scivolando tra i reparti. Non li vedo più. Il loro arrivo e scomparsa è stato fulmineo, quasi come quelle poche parole dette dalla mamma. Per un attimo penso addirittura di essermeli immaginati tutti e tre.

Poso il grembiule ripiegato sul ripiano. Beffardo il San Nicolò mi continua a sorridere con gli occhi stretti e le guance rubizze. Ficco un dito nella stoffa inamidata del grembiule, proprio nell’occhio destro di San Nicolò.

“Che ti ridi tu, eh? Non lo sai che c’è la crisi?!”



3 12 2003

C’è una massima nota a quasi tutti i centauri, uomini e donne, che recita:

 

“i motociclisti si dividono in due tipi: quelli che sono già caduti e quelli che devono ancora cadere”

 

Difficile stabilire se questa pungente constatazione voglia essere una misera consolazione per l’ennesimo ruzzolone o piuttosto un monito per quanti ancora non hanno saggiato l’asfalto.

 

Per quanto mi riguarda devo confessare di far parte della prima tipologia, fortunatamente senza nessuna conseguenza fisica.

Durante le numerose cene sociali tra motoclub e le discussioni vivaci dei forum mi sono spesso ritrovata ad ascoltare rapita i racconti di mille vicissitudini: incidenti scampati per un soffio, cicatrici mostrate con vanto da eroici reduci delle due ruote, storie di grotteschi voli con dinamiche degne di un circo acrobatico.

 

Ognuno nel suo piccolo pare voler esorcizzare la paura attraverso la confessione in pubblico, virtuale o in carne ossa che sia, magari accompagnando il fluire delle parole con una buona birra fresca.

Come pescatori di ritorno da un’escursione in mare aperto le dimensioni dell’accaduto crescono a dismisura. Se il piccolo cefalo diventa un guizzante tonno, una sciocca scivolata assume i contorni di una scena funambolesca in stile Matrix, con gran gonfiarsi di petti villosi e “pavoneggiamenti” più o meno intenzionali.

 

Scadendo nella banalità gli spettatori di questi monologhi incalzano il loro relatore con un quasi rincuorante: “…l’importante è che tu sia qui ora a parlarne”. Frase che spesso sortisce l’effetto opposto a quello desiderato, il narratore non farà altro che dare ulteriore enfasi ai suoi rocamboleschi e arzigogolati racconti.

Persino la vergogna e l’umiliazione per una stupida caduta, causata magari da una distrazione, si camuffa in un episodio fantozziano, destando le risa dei presenti e senza perciò scalfire l’autorità del goffo protagonista.

 

Se poi a corredo delle disavventure così magistralmente favoleggiate c’è anche la testimonianza di giubbotti sbrindellati, piccole cicatrici e ossa ballerine l’applauso a scena aperta diviene quasi doveroso. Così il casco grattugiato sull’asfalto si trasforma in un perenne cimelio da conservare gelosamente e sfoggiare ai raduni, fra amici che sentono la storiella dell’orso per l’ennesima volta, sconosciuti che si sentono d’improvviso vicini al reduce come fratelli e donne con espressioni a metà strada tra l’adorante ed il terrorizzato.

 

Cosa succede però se a parlare delle proprie disavventure e cadute sono le donne?

 

Personalmente ho una certa reticenza a dar notizie riguardo alle mie penose scivolate. Sono occorse in condizioni talmente insulse e per ragioni così futili che farne un vanto è improbabile se non addirittura controproducente. Pertanto, se proprio non ne posso fare a meno, dovendo riferire l’accaduto, gioco la carta della comicità anch’io. Cerco così di strappare qualche sorriso, piuttosto che la disapprovazione e gli amabili rimproveri del mio pubblico.

 

In alternativa ridipingo il fattaccio a mo’ di lezioncina morale. L’incidente viene quindi sapientemente caricato di significati educativi. Il raccontare l’involontaria tragicomica derapata sul ghiaino è in fondo un invito ad imparare dall’esperienza altrui, un voler dire: “siate sagge, non fate come me, occhi aperti, sicurezza e prudenza sempre!”. Eh sì, il buon Nico Cereghini in questo ha fatto scuola!

A differenza degli uomini devo però ammettere di aver raramente riscontrato un’aria spavalda nelle motocicliste del primo tipo, ovvero quelle che sono già cadute. Piuttosto forse c’è nelle loro parole una sorta di serena rassegnazione…Abbiamo voluto la moto? Allora ne accettiamo le conseguenze, anche se queste possono essere il finire a terra per poi rialzarsi.

Vi è poi un senso di par condicio ed emulazione: i veri motociclisti cadono, allora anche noi donne in moto cadiamo, proprio come gli uomini!

 

Mi permetto di aprire una parentesi di vivace attualità e futile pettegolezzo: in fondo chi scrive è donna anche per questo.

 

E’ di oggi infatti la notizia che il Principe Emanuele Filiberto di Savoia sia caduto in moto in Svizzera. Il primo pensiero, parafrasando una celeberrima telenovela della mia infanzia, è “toh, anche i ricchi cadono!”. Sinceratami che le sue condizioni di salute non fossero preoccupanti mi lascio cullare dalla fantasia immaginando il reale rampollo raccontare alle premurose infermiere le sue peripezie motociclistiche…“Sono vovinato sul fondo viscido, c’eva un ghiaino sottile come manciate di caviale fvesco. Mi stavo appunto vecando in ufficio a Ginevva quando impvovvisamente la mia moto ha pevso aderenza sull’asfalto. La stvada era tutta umidiccia dopo i fovti temporali dicembvini…” Chissà se il principe è anche appassionato di pesca…”Savdine gvosse come cavpe giganti!”

 

Scherzi a parte, non me ne voglia il delfino ammaccato ai quali vanno i miei auguri di pronta guarigione, ciò che veramente ci distingue, a mio avviso, è la profonda umiltà che accompagna il nostro risollevarci e la riappacificazione con il mezzo a due ruote che ci ha forse tradito in un istante fatale. Un processo molto lento questo ritornare in sintonia con la moto, che da’ luogo ad attenta e spietata introspezione, un bilancio delle proprie competenze stilato in modo obiettivo e maturo.

 

Posso affermare di aver sentito dire da molti uomini “…dopo l’incidente sono risalito in moto per poi venderla mio malgrado” quando le donne invece, stringendosi in un affiatato gineceo, si sostengono, si aiutano e si consolano. Per riprendere in questo modo il controllo su loro stesse e far rinascere la passione per la moto dalle ceneri di un incidente.

Molto più facile perciò assistere ad una donna che, senza boria e con disarmante sincerità, ammette sì di aver saggiato l’asfalto, ma di non poter certamente vivere senza il gusto per la moto!

A proposito… quant’era grande quel cefalo?

 

Questo racconto lo puoi leggere anche qui:

http://www.motocicliste.net/storie/cadute.asp



2 12 2003

Like a Virgin Osservo le altre ragazze girare in pista dal box, nel frattempo, come in un rituale, mi bardo dentro la tuta, cercando di trattenere fuori e distante dal cuore la paura (sì, lo ammetto, ho una paura fottuta). Respiro a fondo nel casco, alzo la visiera, pochi centimetri quadrati di pelle esposti al bollore. Cammino nervosa e rigida facendo rumore con i miei stivali, vagolo tra le moto che si scaldano, scruto gli sguardi delle ragazze chiusi nei caschi, cercando di capire se anche loro sono nervose come me. Respiro, respiro, respiro. Ho il naso imperlato di sudore. Il vapore acqueo crea un sipario davanti a me. Sono un guerriero medievale in una corazza di pelle, kevlar e fibra di carbonio, pronto ad inforcare il suo destriero cromato e lanciarlo in un galoppo forsennato verso la giostra.

 

Mi preparo allo start. Accendo la moto, vibrazione iniziale che mi scuote e mette in circolo la prima dose di adrenalina. Mi tolgono il cavalletto (la Rockster è alta per me), sto in punta di piedi tipo Carla Fracci, aspetto che le prime ragazze entrino, perché le moto test di BMW sono le ultime a fare il loro ingresso nel circuito. Le centaure mi sfilano davanti con le moto più diverse, un rombo unico, ma dalle molteplici modulazioni. Sembra davvero un plotone a cavallo.

Tocca a me.

 

Libero la frizione e mi avvio verso l’imbocco della pista, semafori verdi, sguardo automatico verso gli specchietti retrovisori… che ovviamente non ci sono, accelero, vado su di marce… decelero in frenata, poi lascio la leva del freno e mi lascio attirare verso l’asfalto…piego (quanto? non lo so, ma mi sembra abbastanza)…rigablurigagiallarigablurigagiallarigablurigagiallarigablurigagialla sono in curva al cordolo…ok…respiro di nuovo, lo sento come un ansimo nel casco…

 

Si torna in posizione di marcia normale e si aumenta il ritmo, su di marce…tette sul serbatoio…vai di gas…c’è una”S”, staccata…ecco ora devo stare morbida di braccia, così…dondola baby dondola, prova a far scivolare la chiappa sulla sella mimi, ok…apri il ginocchio come un’ala…ecco fatto! L’istruttore è davanti a noi dipinge le traiettorie…e ci guarda voltandosi di trequarti sulla sella per verificare…ma come c@zzo fa???

 

Vedo avvicinarsi il curvone a ferro di cavallo, noto con la coda dell’occhio che in tribuna abbiamo pubblico…non mi faccio distrarre e ripeto la mia danza…staccata…moto quasi in stato d’inerzia ed io che la tiro dolcemente giù e la tengo lì…con le cosce strette ai suoi fianchi per poi risalire in accelerata e prepararci alla curva finale prima del rettilineo del traguardo…In uno stato di trance lucidissima mi tuffo nel cono d’asfalto, con le scie colorate e indistinte delle tribune ai lati…proseguo rannicchiata, sono un tutt’uno con la moto, il polso destro piegato e il tachimetro che impenna visibilmente…

 

Faccio 3, 4 giri di pista (??? non li ho mai contati), mi sembra di migliorare minuto dopo minuto…Sventola la bandiera a scacchi…Riporto il busto in posizione leggermente più eretta e rilascio la manopola del gas. Sento la cassa toracica sotto la tuta che torna a riespandersi in rilassamento.

 

E’ l’ultimo giro…. ma solo per questo turno…!!!

 

Era il 01/09/03



2 12 2003

Inizia il reload…Nulla di nuovo. Solo tracce sparse di ciò che era questo blog. Forse qualcosa di nuovo. Forse.