14 01 2005

Quando e perché un’amicizia si perde ad uno svincolo della vita? Ci sto pensando, ma fa male e quasi quasi tiro dritta sulla mia tangenziale. La lancetta del contagiri  che schizza ai dodicimila è appuntita come una lacrima trattenuta a stento.
Nel casco posso rispondermi solo che “succede”.
 
Guardo lo specchietto retrovisore per andare a ritroso, ricordando la strada percorsa insieme: i traguardi, le soste,  gli itinerari, i piccoli incidenti di percorso. Stringo le dita sulla manopola dell’acceleratore come se impugnassi il mio orgoglio, in una morsa di rimpianto.
L’altra mano poi  si stende pizzica con un colpetto rapido la leva della frizione ed il tormento si attenua per una frazione di secondo. Cambio marcia. Il cuore sotto la tuta batte e lo sento pulsare nella giugulare. Sono quasi in apnea, sollevo di poco la visiera.
“Succede” mi ripeto in una boccata d’aria gelida.
Sono cose che ti capitano addosso. L’aria mi sferza non appena sollevo il petto dal serbatoio uscendo dalla protezione del cupolino.
Un bel respiro, il mondo esterno mi contagia di rumori e odori di vita reale. Mi riprendo. Inizio a frenare. La tensione si allenta. So qual è la mia strada; è qualcosa che ho già valutato e deciso. Il pollice nel guanto fa scattare la freccia. Morbidamente mi infilo nell’arco della curva.
 
Adesso sto bene.
So che ci saranno semafori, sensi unici, divieti di accesso, stop, vigili, pedoni distratti, automobilisti boriosi…ma chissà che ad una rotonda non si riesca ancora a fare un mezzo giro insieme. Per poi procedere ognuno per la sua strada. Nel frattempo percorro la via che mi porta verso casa.



13 12 2004

E’ un frizzante dopo pranzo di dicembre. Varchiamo l’ingresso dell’Ikea. A pochi passi dagli armadietti guardaroba Lui impreca e mi confessa di aver dimenticato il libretto degli assegni a casa. Propongo che io vada in avanscoperta, mettendomi in coda al banco dell’arredo-cucina, per poi confermare l’ordine insieme al suo ritorno, munito di assegno. Detto fatto. Lui ritorna sui suoi passi a casa mentre io mi armo di shopper blu in tela ed inizio il mio tour in solitaria.

 

Sarà l’allestimento degli ambienti - che è così fresco, colorato, stiloso; sarà che sono l’unica a gironzolare tutta sola per i reparti senza amiche, sorella, compagno, genitori… ma mi sento come Carrie di Sex & The City: carina, dinamica e single.

 

Cosa importa se nello shopper ho solo riposto una confezione da 100 tovaglioli di carta e i biglietti augurali di natale? Procedo decisa verso la zona dedicata alle cucine, persa nel mio status mentale di single rampante e spensierata. Gioco in singletudine mezz’ora tra nomi svedesi “stolla”, “köld”, “gläsa”, “applåd”, sbirciando tra gli allestimenti, esaminando piccoli accessori, prendendo nota di abbinamenti e idee per decorare casa. Attorno a me solo famigliole, coppiette, gruppetti di amiche o generazioni di donne (mamma-figlia-nipote).

Il cellulare nella borsetta vibra, è Lui che mi richiama: “Siamo delle fave!”, “Come… siamo?” lo rimbecco io.
“Sono arrivato quasi al portone di casa, ma le chiavi per entrare e prendere il blocchetto di assegni chi ce l’ha?”

 

Ho un flashback da trentunenne felicemente innamorata e accoppiata: Lui che con occhi pieni di amore e fiducia mi consegna le chiavi del suo nuovo nido da arredare, perché io le custodisca in borsa. Un modo come un altro per dividere anche questa gioia e il senso di C-a-s-a.

 

Scoppio in una risata.”Non è possibile! Hihihi… Che fave, davvero!”

 

Sì, perché la situazione, a questo punto, è proprio grottesca. Lui ora è costretto a tornare qui all’Ikea, prendere le chiavi che sono nelle mia borsa e ripassare per casa. Per poi tornare qui con l’assegno, confermare l’ordine e pagare la cucina nuova.

Sto ancora ridendo, quando terminata la gimkana dei vari reparti in fretta e furia, finalmente esco e lo vedo arrivare in auto. Lo rincuoro: “Vengo con te stavolta! Almeno ti faccio compagnia!” e per la terza volta si ripete tutto il copione…

 

Abbiamo perso un’ora abbondante, varchiamo nuovamente l’ingresso dell’Ikea e persino il vu cumprà al parcheggio è perplesso, pensa di aver avuto un déjà vu…

E’ un frizzante pomeriggio inoltrato di dicembre. Ci teniamo per mano, entriamo insieme. Sono serena, nonostante i contrattempi degli assegni e delle chiavi.

Saranno le decorazioni natalizie, le chiavi di casa che tintinnano nella mia borsa ma mi sento come Charlotte in Sex & The City: “Sai, prima mentre tu giravi per Milano a vuoto, mi sono divertita a giocare alla single…” Lui non fa in tempo guardarmi perplesso e un po’ risentito, perché io lo stringo sottobraccio a me, avvicino le labbra al suo orecchio e gli confesso “ma sono felice di non esserlo!”.



3 12 2004

Un giorno o l’altro glielo dirò Non so come e non so quando ma glielo devo far sapere.

Lei ha un viso grazioso, paffuto. Una Heidi cresciuta, un accenno di trucco in viso che quasi la imbarazza. La giacca da inserviente ben stirata. il grembiule  legato in vita, gli zoccoli bianchi la rendono rassicurante come una mamma. Gli occhi vispi sono azzurri, le guance invece sono spesso accese e arrossate tra i vapori delle teglie.
Lavora in mensa ed ha un sorriso per tutti. Ma non di convenienza, no! Il suo è un sorriso sempre nuovo e unico; come uniche sono per lei le persone che sfilano davanti alle vetrinette ogni giorno, ognuna con il vassoio, la tovaglietta di carta ed i  problemi a ribollire in testa.

 

Un giorno glielo dirò.

Che qualche volta sono andata in mensa anche se non avevo fame e l’umore era nero. Solo per sentirmi nutrita dal suo sorriso e ritrovare così anche il mio.



14 11 2004

Metti una sera a cena racconti di Duhati in toscano stretto, aneddoti milanesi infarciti di intercalari hard (”figa, ho ingranato la terza, figa, e mi sono ritrovato a tremare in sella”), cantilene del nordest costellate di “ciò”, zeta sibilanti romagnole e consonanti raddoppiate in un colorito romano verace. Ci ritroviamo in dodici, forse tredici (non si saprà mai…) seduti praticamente sui listoni di parquet, piatti di plastica in mano, chianti e barbera a fiumi, penne all’arrabbiata fumanti, una guest star della superbike per un piccolo grande evento da festeggiare. Il camper di Falappa riposa silenzioso, parcheggiato in un’improbabile zona dei navigli, davanti ad un loft illuminato da poche nude lampadine e tante candele.L’alto soffitto fa risuonare risate di ogni età alimentate da una passione comune.

 

Poi per il leone di Jesi è tempo di rimettersi in strada. Lo ed io lo accompagniamo fuori, agitando le mani in segno di saluto verso il camper decorato. Rientriamo abbracciati e infreddoliti. Dentro si continua a chiacchierare anche quando il cd termina la sua ultima traccia e ci si prepara a dormire: chi sui materassini, chi sul divano letto o poltrona e chi sul materasso nuovo di zecca.

Lanciare la buonanotte dal soppalco agli ospiti in pigiama di sotto, tirarsi le lenzuola sotto il naso, sorridere beati e spegnere la luce su un vernissage improvvisato. Decisamente ben riuscito. “Buonanotte!” per davvero.



12 11 2004

Ho sempre più capelli bianchi. Dovrebbe voler dire che sto invecchiando. Dovrebbe. Trentun anni sono un terzo dell’aspettativa di vita di una donna, quasi. Però dimostro meno, lo dicono tutti…

Mi studio allo specchio, passando le dita tra i capelli, cercando quelli candidi. Ho la riconferma che l’età che mi si sento dentro, ad un certo punto, è diventata indirettamente proporzionale al numero dei capelli bianchi.

 

Come a dodici anni scruto la mia immagine allo specchio riconoscendomi e allo stesso tempo scoprendomi. Paura, stupore, vago disagio. Donna al bivio? No, giro su una rotonda.

Sto pensando di lasciarli così: nessuna tintura, nessuna copertura o maschera. Quasi quasi resto con questi fili bianchi sparsi, che ogni giorno saranno il mio promemoria: stai crescendo, anzi no, stai invecchiando, fallo bene.



11 11 2004

La tabaccheria Ieri sera, dopo il lavoro, sono passata dalla tabaccaia. E’ un negozietto ricavato da quella che, un tempo, era un’abitazione di campagna, in un paesotto del nordest come tanti: una chiesa, una scuola elementare e poche casupole di agricoltori e artigiani.

Mi piace parcheggiare l’auto di sghembo sotto la verandina di edera smeraldo.


 

 

 

 

Meglio se ci sono anche qualche vecchio vespino scorticato dalla ruggine e una mountain bike già posteggiati, vuol dire che ci sono già altri clienti. Mi avvicino alla porta d’entrata, attorno alla quale campeggiano una mezza dozzina di cartelli a pennarello oramai sbiaditi al sole che scrivono “LOTTO”, “Bolli AUTO/MOTO”, “Multe”, “SISTEMI”…

Mi piace e mi fa buffo leggere, qualche mattina, passandoci davanti sulla via del lavoro, un foglio appeso alle imposte di legno chiuse, con su scritto: “Oggi si apre alle 10.30/11.00 per motivi personali” per poi vedere la gerente (una bella signora sui quaranta, con lunghi capelli rossi ed occhi vivaci) pedalare con vigore sulla sua bici, verso le bancarelle del vicino mercato.

Mi piace l’espressione pacata, forse un po’ beota, della vecchina che mi accoglie come una sfinge incartapecorita al mio ingresso nella tabaccheria. Non so dire chi sia quest’anziana disabile (ci sono le stampelle a fianco della sua sedia impagliata, da cui osserva distrattamente i clienti) Forse è la madre della bella signora rossa. Forse è sua suocera. Fatto sta che la vecchina è una presenza fissa, indissolubile dalla tabaccheria. 

 

 

 

 

 

 
Come la gatta nera. Una miciona dal pelo serico e color della pece, nessuna macchia bianca o indecisione nel colore del mantello. Nera in tutto e per tutto. Le prime volte nemmeno me n’ero accorta di ‘sta gatta. Perché magari sonnecchiava sul banco, acciambellata tra i vasi panciuti delle caramelle sfuse. Senza farsi notare. Oppure perché se ne stava in quello che, un tempo, era il tinello, sotto la cappa di un caminetto che non brucia più da anni e che ora decora questa “tabaccheria casalinga”.
 

Mi piace persino aspettare la bella signora rossa che, nell’altra stanza, arredata in stile povero, stampa matrici del superenalotto o si ingegna dietro alla fotocopiatrice, mentre una studentessa le porge l’ennesima dispensa da copiare.
Perché nel frattempo posso studiare questo posto così unico, oppure rubare qualche carezza alla black diva dagli occhi gialli che, un po’ sospettosa con gli estranei, non accenna nemmeno le fusa.

 

 

 

 

 

 

Mi piace il contrasto tra i macchinari moderni della ricevitoria e l’arredamento tradizionale, in legno un po’ tarlato, coi pomelli di ottone bruniti e i vetri delle credenze tutti a onde e con la grana irregolare.
Qualche parola con la bella signora ogni tanto l’ho scambiata. Con la scusa dei gatti. Sì, perché oltre alla nera inquilina felina nella tabaccheria ci sono decine di altri piccoli gatti che spuntano… sono nei quadretti naif alle pareti, sono sulle mensole sotto forma di piccoli soprammobili fatti a mano, sono persino fotocopiati su un foglio A4 che riporta l’ambo o il terno suggerito per la prossima estrazione, ed anche disegnati sullo scontrino fiscale.

 

 

 

 

 

Mi piacciono i clienti della tabaccheria. Gente semplice, muratori che lavorano nei cantieri edili che spuntano come funghi a colonizzare questi ultimi appezzamenti di terra promessa in periferia. Omaccioni che arrivano con le scarpe e i pantaloncini lisi e sporchi di calce. Ma anche qualche elegante rappresentante di passaggio con l’auricolare perennemente penzolante e qualche mamma giovane che stremata concede “Cinque caramelle…. Non una di più!” al furetto imbronciato che tiene per mano e che la strattona con occhi imploranti battendo i sandaletti blu sul pavimento di marmo consunto.

Insomma se non fosse che il fumo è un brutto vizio vorrei poterci passare ogni sera, fotografare la vecchina seduta di fronte all’ingresso, scattare qualche istantanea ai clienti che compilano con dovizia certosina le schede del Tris, fermare in un’immagine il ragazzino che in volata scende dal suo scooter ed acquista una ricarica per il cellulare, ritrarre la pantera che si aggira, come una padrona, in questa tabaccheria un po’ fuori dal tempo. Un po’ come nel film “Smoke”, in cui il tabaccaio Harvey Keitel per anni ferma in un’immagine fotografica, alla stessa, ora ogni singolo giorno, l’angolo di strada della sua tabaccheria.

Ieri alla tabaccheria ho fatto il mio primo furto.
 

La bella signora rossa era di là, nell’altra stanza a passare schedine nella mangiasoldi del totip, la vecchina era, come sempre, seduta e beata, persa nel limbo degli anni d’argento…Mi ha vista sicuramente, ma non so se si sia resa conto di quello che stavo facendo. Altri clienti lì davanti al banco dei tabacchi e dei dolciumi non ce n’erano. Solo un esercito di tanti pacchetti di sigarette, ordinati per marca e una piccola trincea di accendini di mille colori e forme. La gatta mi ha salutata aprendo pigramente solo un occhio svegliandosi, per un attimo, dal suo pisolino serale…
Sono stata veloce e attenta… Mi sono posizionata davanti al bancone, la schiena a coprire i rapidi gesti delle mani. Loro erano lì: una tentazione col gusto dolce e intenso dell’infanzia, vestite di carta colorata, presagio di sugoso piacere fruttato, gentilmente addormentate nei loro vasi di vetro col tappo. Le caramelle…

Click!

 

 

 

 

 

 

Il display del mio cellulare ubbidientemente recita: “Salvare immagine .jpg in cartella dati?”. Clicco su “OK”, e nascondo la “refurtiva” in borsetta, appena in tempo.
 
La bella signora arriva un po’ trafelata dietro al banco lasciando oscillare sul petto gli occhiali da lettura, legati al collo con una catenella dorata “…Ecco a Lei…Le serve qualcos’altro?” “Bhè…uhm… sì, se per cortesia mi può dare cinque – ma giusto cinque contate – di queste caramelle gusto frutta, grazie!” Le porgo la moneta di taglio più piccolo che ho nel portamonete. “Mi spiace…” mi risponde la bella signora dietro al banco posandosi gli occhiali sul naso e frugando con l’indice fra le monetine nel registratore di cassa “…ma non ho da darLe il resto!”. Un attimo di silenzio complice… poi mi sorride, mi strizza l’occhio e la bella signora rossa mi saluta con un: “Offre la casa!”

Mi piace proprio un bel po’ questa tabaccheria.

Post reloaded del 25/06/2003

 



4 11 2004

Post Reloaded II

Ieri in autodromo a Misano, dopo aver caricato il furgone sono andata in bagno per far pipì e lavarmi le mani. Ad entrare nei bagni per le donne mi precede una signora rotondetta, in jeans aderenti e infradito con zeppa, unghie dei piedi malamente laccate di rosa, un top sgargiante. Con lei sua figlia, avrà sì e no dodici anni. Entrano negli unici due gabinetti con un po’ di carta igienica a disposizione. Mi metto paziente in fila, intanto fuori si scatenano i rombi delle moto in pista.

Visto che ci sono mi lavo le mani così non mi sporco gli indumenti con la polvere e il grasso. Dallo specchio vedo riflessa la madre giunonica che esce per prima, abbottonandosi a stento i jeans. Lo stimolo oramai è tale che mi scrollo in fretta le mani per asciugarle e m’intrufolo tra l’ingombrante presenza materna e la porta dei servizi. Mi accoglie una zafata di fumo.
Cerco di non pensarci, mi volto e mi accuccio, respirando con la bocca per non inalare. Faccio scendere i pantaloncini e gli slip. Ho quasi un conato. Mi volto di lato verso l’origine dell’odore e la vedo lì per terra.

Una sigaretta accesa che brucia i suoi ultimi minuti di tabacco.

Un filo di fumo denso sale e mi forza le narici. Intanto la figlia chiama la madre dall’altro gabinetto chiuso. “Mamma…sei ancora dentro?”

Io non rispondo. So perché l’ha chiamata: nel rumore dell’autodromo non ha sentito la madre uscire dal bagno e l’odore del mozzicone la inganna, facendole pensare che la mamma sia ancora oltre il muro divisiorio, seduta sulla tazza a fumarsi la sua sigaretta. Poi sento la porta del gabinetto a fianco aprirsi. Anche la figlia esce. Non tira lo sciacquone e non si lava le mani. Dal mio gabinetto dietro la porta chiusa sento solo i suoi braccialetti tintinnare mentre si sistema i capelli e la sua voce ancora da bambina che si rivolge all’esterno e dice alla madre “Eh, pensavo che fossi ancora dentro… arrivo ma’, un attimo!”.

Aziono lo sciacquone e non vedo l’ora di uscire da quei due fetidi metri quadrati. La prima cosa a cui penso è la puzza di fumo che mi avrà impestato maglietta e pantaloncini.
Sto quasi per allungare il piede e schiacciare il mozzicone abbandonato lì acceso, ma poi ritraggo il piede ed esco. Mi rilavo le mani con la speranza di togliermi un po’ di quel tanfo di dosso. Non voglio nemmeno più sfiorarla una sigaretta, la lascio lì per terra a morire vicino alla tazza di ceramica di un bagno pubblico. Testimone di se stessa e della maleducazione altrui.

Scritto per Smettiamola! il 20/09/04



3 11 2004

Post Reloaded

Stanotte prima di addormentarmi pensavo a quale fosse stata la migliore sigaretta della mia vita, la Signora Sigaretta. Quella fumata con più gusto, magari nel luogo più insolito, nel momento più topico, con la persona più giusta, provando le emozioni più forti.

 

Mi sono ritornati in mente tantissimi ricordi, più o meno piacevoli, piccole grandi tappe della mia vita degli ultimi anni. So che in quell’arco di tempo ero fumatrice ma non sono riuscita ad isolare un singolo fotogramma mentale in cui fumassi quella Signora Sigaretta: la migliore della mia vita, per intensità, pathos o semplicemente per gusto e piacere del fumo stesso.

 

La cosa mi ha quasi irritato perché, senza troppi sforzi, ricordo perfettamente il mio Signor Giro in Moto, per esempio, la mia Signora Nottata d’Amore, la mia Signora Figura di Merda, il mio Signor Pianto Disperato, il mio Signor Giorno di Trionfo…

 

Forse perché alla fine fumare non ha aggiunto nulla a ciò che stavo vivendo. Ad essere predominanti sono state le persone, le esperienze, i luoghi e le atmosfere. Di quelle saprei indicare anche i minimi dettagli, ma delle sigarette fumate in quelle occasioni non ho ricordi precisi. Eppure mi piaceva fumare, non riuscivo a farne a meno.

Mi sono resa conto di quanto siano subdoli il vizio, l’abitudine, il meccanicismo, la ripetitività. Forse non c’è più spazio, ma sui pacchetti di sigarette dovrebbero scrivere anche questi ingredienti. Non aggiungono niente alla nostra vita, ma in un certo senso, la imprigionano con manette invisibili, fatte di un filo di fumo, la cui chiave è in mano nostra, sotto forma di accendino.

 

 

 

 

 

 

 

Scritto per Smettiamola! il 29/10/04



19 10 2004

Entro nella toilette delle donne e con una spalla accidentalmente urto una ragazza. I servizi sono piccoli ed io, con addosso il giubbotto da moto, risulto un po’ voluminosa e goffa.

 

Tutte e tre le porte dei gabinetti sono chiuse, davanti a me ci sono cinque persone che sembrano giocare a tetris ad ogni apertura di chiavistello. Una sguscia fuori, l’altra si intrufola mettendo mano alla borsetta se intravede che la carta igienica è terminata. Sorrisini di convenienza, una lavata frettolosa di mani, una spolverata di cipria e via che si ritorna nella bolgia di odori sintetici del Mac Donald’s in Galleria Vittorio Emanuele.

 

Nei minuti di attesa solo una delle tre porte rimane chiusa e questo rallenta i turni di entrata e uscita delle ragazze nei gabinetti, creando una discreta fila.

Tra il rumore periodico dell’asciugamani in funzione sento anche lo scroscio dello scarico provenire dalla terza porta chiusa. Ancora e ancora.

 

Qualcuno si sente male, oppure la tazza è intasata.

Il chiavistello rimane sul rosso dell’occupato ma è arrivato il mio turno, un bagno è libero ed entro nella porta subito a fianco. Quando ne riesco, ai lavabi sotto lo specchio, trovo una ragazza sommersa in un maglione ingombrante forse quanto il mio giubbotto in pelle con protezioni.

Butto l’occhio alla mia destra e mi accorgo che finalmente la porta dalla quale proveniva il rumore dello sciacquone è socchiusa, la tipa che era in coda dietro a me se la richiude in tutta fretta: è il suo turno.

Ne deduco che la ragazza che ora si sta lavando le mani, proprio nel lavabo accanto al mio, è quella che prima si era attaccata al bottone dello scarico, senza sosta, asserragliata in bagno. Ancora e ancora.

 

Ha il capo chinato verso il petto coi capelli mossi di un biondo spento che le coprono il viso. Di sbieco intravedo la sua mano destra alzare e rimboccare il maglione beige sull’avambraccio sinistro, scoprendolo per non bagnarsi. Il braccio sembra la zampa di un insetto, le dita sottilissime si muovono nervose e veloci, intrecciandosi sotto il getto del rubinetto. L’osso del polso è sporgente tanto da parere malforme.

 

Poi nello specchio incontro il suo sguardo.

 

Ha sollevato il viso e si passa il palmo della mano a coppa sulla bocca per ripulirsi. Il naso e gli angoli delle labbra sono arrossati, il viso è scavato e di un pallore quasi traslucido. Si accorge che la sto fissando, decide allora di saltare la fase dell’asciugatura e si passa velocemente le mani umide sulle trame del maglione grosso. E’ imbarazzata, forse si sente braccata, sotto esame.

 

Perché sa che ho capito.

 

Mentre guadagna velocemente l’uscita dai bagni la osservo meglio, sempre riflessa nello specchio, stavolta di spalle. Pantaloni e maglione oversize che, invece di nasconderla, enfatizzano la sua magrezza: caviglie e polsi esili, pallidi. Sembra fatta di bave di cristallo, fragile, dimessa, monocromatica sia nell’abbigliamento che nei colori della pelle e dei capelli. Finisco di lavarmi le mani, le asciugo con cura sotto il phon dell’asciugamani. Come a volerle facilitare la fuga fuori nel locale, offrendole un vantaggio, lontano dal mio sguardo impertinente e preoccupato.

 

Mi sistemo il paraschiena, chiudo la zip ed esco dal rimbombo della galleria. Tengo per mano il mio compagno, mentre camminiamo verso la moto gli rubo un bacio e cerco un po’ di serenità nel suo sguardo, ignaro di quanto accaduto nella toilette. Poco dopo cerco di non pensarci, salgo sul sella ed abbraccio il mio pilota. Poggio il casco sulla sua schiena di lato, così lascio sfilare davanti ai miei occhi i colori della gente, le luci delle auto e dei semafori. Una giostra confusa, come il mio umore.

 

Ad un tratto uno sguardo incide la mia visuale. E’ lei, di nuovo.

 

Sta parlottando con le amiche, ferma ad un passaggio pedonale. Un sorriso un po’ forzato in faccia che le si spegne non appena i nostri occhi si incrociano per la seconda volta questo pomeriggio.

 

Sappiamo.

 

Con l’indice guantato faccio scendere la visiera sul mondo, chiudo gli occhi e stringo più forte il mio uomo, facendomi cullare dal suono del bicilindrico inglese che sfreccia per le vie di Milano.

 



8 10 2004

L’amica ritrovata L’ho vista in forma la mia omonima. E’ passata per un saluto veloce, dopo una riunione qui in azienda da noi. Non è più mia collega da un anno abbondante, da quando si è trasferita nella città da bere - ma non ha smesso di essere un’amica. Anzi, mi rendo conto, forse proprio oggi, che lei è stata per me sempre più un’amica, piuttosto che una compagna d’ufficio.

Nemmeno il tempo per il caffè abbiamo avuto, perché Miriam doveva tornare a Milano con la sua nuova collaboratrice, che l’aspettava fuori, nel parcheggio dei visitatori.

Così dopo un abbraccio, due chiacchiere di aggiornamento ed esserci guardate mezze incredule (stesso taglio di capelli, entrambe con un capo rosa addosso, tutte e due sorridenti come bimbe) ci siamo dovute salutare. Col magone. So che la vedrò di nuovo: presto qui in azienda o sotto la Madunina quest’inverno, ma mi ha fatto male dentro salutarla. Mi sono sentita un po’ capricciosa ed egoista. Nel mio cuore dicevo: Miri, topolina, resta qui, parliamo ancora, non andartene… Come un cane confuso ho inclinato la testa di lato. Il mio “Ciao!” si è incrinato in una smorfia, per nascondere la tristezza. Sorridevo col mento tremante, camminando indietro per poterla guardare ancora qualche istante. Ho tenuto sollevato il palmo della mano in un cenno di saluto. Se non mi fossi voltata per rientrare in ufficio Miriam mi avrebbe vista piangere. Ed io forse avrei visto i suoi gli occhi lucidi.