l’appuntamento

10 07 2007

Sulla quarantina. Rasato, aspetto gradevole e curato, ma non appariscente.Mi vede arrivare sul vialetto di porfido, bardata con casco e zaino in mano, mentre rovisto alla ricerca delle chiavi del portone.

Sorride e gentilmente mi tiene aperto. Ha lo sguardo che luccica, direi che è emozionato. Rispondo al sorriso e lo ringrazio, una voce femminile dal citofono alle sue spalle gracchia qualcosa di incomprensibile. Lui rimane al portone, in trepida attesa.

Mi dirigo verso l’ascensore pensando di incrociare magari la donna che lo incontrerà.

Il tempo di entrare in casa, togliere giacca, paraschiena e prendere la catena grossa per chiudere la moto parcheggiata in cortile di sotto. L’ascensore è ancora al mio piano. Segno che Lei non è scesa o forse sì, ma dalla scala A.

Invece no. Di lei nessuna traccia e lui è ancora lì, paziente, con una gioia che non riesce a contenere. Ci riguardiamo e risalutiamo con una battuta, ovvia, sul tempo.

“Bufera in arrivo…”

“Ho fatto giusto in tempo a parcheggiare la moto! Che fortuna!”.

Accucciata sulla ruota posteriore armeggio con catenaccio e lucchetto. I primi goccioloni di temporale chiazzano la sella. Mi sollevo e lancio un’occhiata al portone. Ancora nulla. Si fa aspettare questa, la voglio proprio vedere adesso! Con la scusa di controllare il sottosella mi attardo e faccio la vaga.

Rumore del portone di vetro che si chiude. Mi volto verso di lui.

Due bambini gli saltano addosso come cuccioli impazziti. A turno ne prende in braccio uno e poi l’altra schioccando sulle loro guance baci e risa. In trance ritorno verso la portineria. Lui è alle prese con un ombrello colorato a spicchi d’arcobaleno, i bimbi lo strattonano esultanti al suo fianco: “Papy! Papy!”

Scene da famiglie separate. Figli in condivisione. Era il suo week end con i piccoli, altro che cena galante con donna misteriosa.

Abbozzo un sorriso come cenno di saluto quando li incrocio. Il mento mi trema, le mani si serrano a pugno.

Divorziati con figli. E’ famiglia. Nonostante tutto.

Ma al quarto piano il mio appuntamento è con la piantina di basilico da annaffiare.

Mi volto indietro, lui anche.

Un ultimo contatto visivo.

Lui ha gli occhi lucidi di gioia. Io velati di malinconia.



pearls

25 10 2006

Cosa mi metto oggi? Mi osservo allo specchio. Indecisa. Vagamente nervosa.No, non parlo di abbigliamento, ma di amuleti, di segni.
Guarda questo ciondolo, per esempio, lo porto perché l’ha creato per me L. due anni fa, è un po’ il mio simbolo, l’ho tolto solo quando m’ha regalato per il mio compleanno un altro pendente, ovviamente sempre in tema motociclistico. Ah, poi guarda questo, è carinissimo: è una scarpina da bimba smaltata, un regalo di A. la mia amica, mentre quello lì in oro bianco con i tre cuoricini è il regalo per i trent’anni che m’ha fatto mia sorella. Questo collier invece è bigiotteria ma ha una luce tutta speciale, è un dono di C. una ex collega alla quale sono molto affezionata, mi ricordo… quanti pianti quando ha dato le dimissioni!

Ecco, sono stanca di dover decidere, di fare le nomination per chi oggi adornerà il mio collo si poserà sul mio petto.
“Come mai non indossi il mio pendente?”, glielo leggo negli occhi, è risentito. “Sono contenta che ti piaccia e che lo porti, sai quando l’ho comprato pensavo a te!” e lo sguardo trabocca di affetto sincero. 
So di non poter accontentare tutti e di non accontentarmi di esprimere un solo amore alla volta.

La realtà è limitativa. La realtà conosce nervosismi, antipatie, dinamiche famigliari in cui mettere d’accordo le persone, farle interagire in armonia non è per niente facile.

Nel mio cuore invece ci stanno tutti e non c’è tensione: un portagioie perfetto. Ognuno ha il suo posto, il suo perché, la sua luce speciale, il suo valore inestimabile. Invece nella realtà non riesco a far convivere i diversi rapporti in modo bilanciato.
Talvolta l’unica cosa che accomuna queste persone sono io, per l’amore che do e ricevo da loro. Per il resto sono differenti come i ciondoli, come i segni di questi legami, distanti anni luce l’uno dall’altro.

E’ frustrante, perché sento sempre di scontentare qualcuno, quasi cambiassi collare e padrone al mio cuore in una cernita difficile e sofferta. Week end in Veneto da mia sorella e dalle amiche oppure a Milano con L.? Cena con le motocicliste o dai vicini di casa tanto carini?

“Cosa mi metto oggi?”, chi amerò di più oggi? Il magone sale come una catena fredda che mi soffoca e mi stringe il collo. Serro gli occhi, in una smorfia, mi manca il respiro, i pugni si stringono, mi irrigidisco in spasmi.
Libero lo sguardo nel delirio dell’anossia. Vedo bianco, luce opalescente. Sento la mia voce ora calma e serena.

Vorrei una collana di perle, vorrei che tutti loro facessero parte di un solo gioiello, uno vicino all’altro, sfere mai identiche, piccole meraviglie formate su imperfezioni. Unite e trapassate dal filo del mio amore, nello stesso momento. Le mie perle, esibite senza paura, ugualmente importanti.

Un colpo di tosse, quasi un conato, mi riporta davanti all’immagine riflessa nello specchio. Allento la presa delle mani dal lavandino. Respiro a fondo, sfinita.
Mi sciacquo il viso, strofinando fino ad arrossarlo. Stamattina niente amuleti, nessuna bandiera di metallo o pietre preziose.

Le mie perle sono ventotto. Le vedi?



26 05 2006

Barcellona. Assaggiata in tutta fretta un anno fa per lavoro. Adesso ho l’occasione per gustarmela. Sono sola con persone che non conosco bene. Una vacanza "incentive" che ancora non sento di meritarmi ma che ho desiderato fortemente. Riconosco i dintorni dell’aeroporto del Prat. Dal finestrino del taxi inalo aria e polvere catalana. La radio frigge risate e chiacchiere. Tutto mi sembra nuovo e conosciuto al tempo stesso. C’è vento. C’è sempre vento a Barcellona mi dice l’accompagnatrice dell’agenzia.

L’hotel Rey Juan Carlos I è un colosso di cemento e vetro. Al suo interno quindici piani di corridoi inquietanti che ti attirano verso gli ascensori panoramici. Una forma quasi da vulva tecnologica. Legno, vetro, metallo, neon. La camera al dodicesimo piano ha una finestra ampia su Barcellona. Ma non si apre. Mi sento sigillata in una capsula di lusso e la città fuori ai miei piedi pulsa, chiama, bussa. No, non è la città che bussa ma la cameriera filippina. Mi lascia un vassoio con acqua frutta fresca, cioccolatini e un invito del direttore dell’hotel al cocktail in vip lounge.

Il letto matrimoniale mi ricorda che sono sola. Mi ci siedo per sfilarmi le ballerine e indossare le scarpe da tennis per il tour della città. Sono lusingata da questo servizio di lusso ma mi sento comunque sola.

Plaza de Catalunya è un fermento di turisti, studenti, gente comune. In un attimo confluiamo nelle Ramblas trascinate dai cinguettii dei pappagallini in gabbia, e dai versi degli artisti di strada. Divertenti uomini-statua che si animano al tintinnio delle monete. Mi resta un velo di tristezza non appena cerco di immaginarne la vita senza trucco e vestiti di scena. Arriviamo in metro alla Sagrada Familia che il sole s’è nascosto dietro le nuvole. Non importa è bellissima. Bella come la fantasia di un bambino l’avrebbe immaginata. Bella con i suoi ghirigori, i particolari, le forme oniriche, fluide, stilizzate. Credo la si potrebbe ammirare per giorni interi senza stancarsene mai. Finita nel 2020? No, la Sagrada Familia è un organismo vivente. Vibra di energia, sembra una pianta marina.

Sono una compagna di viaggio patetica, sembro in gita scolastica: indico tutto, scatto foto, resto estasiata davanti ai monumenti, accendo lumini in chiesa, mi perdo alla Boqueria, compro souvenir patacca, mi sforzo di rispondere in spagnolo anche quando i negozianti si rivolgono a me in italiano. Dai negozietti mi chiamano "italiana, guapa, compra" ed io che speravo di sembrare una catalana, di fondermi con la città in cui volentieri vivrei. Le mie compagne sono più pacate, forse più abituate a viaggiare. Mi rendo conto che il mio entusiasmo infantile le urta. La sera mangiamo un po’ di Barcellona. Il ristorante è in periferia ma la cucina è buona, e ci sono degli universitari della goliardia con abiti e spillette, drappi che suonano per intrattenere gli ospiti in giardino. Dei ragazzotti inglesi dormono, ubriachi marci, seduti sotto le buganvillee, incuranti della musica e del panorama che la città gli offre generosa.

Mattina presto un tassista muto ci scarica vicino Santa Maria del Mar, la chiesa è chiusa, Barcellona ancora dorme. Scorgiamo ed inseguiamo due giganti di cartapesta, un uomo e una donna. Figure folcloristiche che si perdono nei viottoli del Barri Gotico. Un safari fotografico che inaspettatamente ci guida fino al Porto. Tra poche ore proprio da qui ci imbarcheremo sulla Voyager of The Seas.

Un paese galleggiante. Qui c’è tutto, persino il negozio di fiori, il parrucchiere, un campo da minigolf, una pista da pattinaggio sul ghiaccio, un cinema e la parete per il free climbing. Nella mia cabina torno a scoprirmi sola e con due giubbotti di salvataggio. Uno per me e uno per la mia anima? Salgo sul ponte a prendere il sole controvoglia. A casa non abbiamo uno specchio "a figura intera" e quello che ho in cabina è spietato. Non mi piaccio. Quanto successo al mio corpo dalle spalle in giù in quest’ultimo anno lo vedo nella sua interezza, per la prima volta oggi, e non mi piace. Vorrei davvero mimetizzarmi con la sdraio, volare via da questa nave e posarmici di tanto in tanto come un gabbiano che si riposa ma riprende presto il largo verso il cielo. Provo a stordirmi con una birra gelata e dormire. Ci riesco nonostante la musica jamaicana dal vivo ad alto volume. La pelle scotta, ma sento che la luce del sole non è arrivata dentro fino in fondo a me. Sono ubriaca di lusso, il personale di bordo è sempre sorridente e solerte.

Si cena in una sala in stile Titanic.

Penso a questa nave in cui si è liberi in mezzo al mediterraneo, liberi di scegliere se crogiolarsi al sole con un Miami Vice in mano, liberi di sudare in sauna e palestra, liberi di acquistare a prezzi da duty free. Sono libera e prigioniera. Navighiamo. I cellulari non prendono. Il mio confine è la balaustra da cui mi sporgo sul ponte, chiudo gli occhi e stringo le mascelle. Non mi manca nulla e forse è questo il problema.

Scendiamo al ponte 4, tra poco inizia lo spettacolo sul ghiaccio. Cinque posti vicini non ci sono. I novecento posti del teatro del ghiaccio sono quasi al completo. Ci suddividiamo, mi ritrovo di nuovo sola. Il telo mare sulle spalle scottate dal sole, in bocca ancora il sapore della piña colada. Sono seduta davanti ad una pista di ghiaccio, su una nave, ho appena preso il sole, tutto così bello, la coppia di pattinatori scende in pista e io piango, mi asciugo col telo che sa di cloro e abbronzante. Piango per quanto è bello vedere salti, abiti scintillanti, e il suono delle lame dei pattini sul ghiaccio. Piango per quanto è bella Barcellona, per i suoi colori, il sole, gli edifici, le chiese, il porto, la paella, il vino tinto e muchas gracias, hola guapa italiana. Troppo. Troppo tutto. Troppo relax, troppo lusso, troppe novità, troppe emozioni, troppo entusiasmo che si intride di tristezza e allora continuo a piangere.

Sbarchiamo al mattino presto e perdiamo due ore a depositare i bagagli all’aeroporto e tornare in centro. Una caccia veloce agli ultimi souvenir. Una sosta da Paramitas dove comprerei tutto, t-shirt spiritose, colorate, disegnate…buffo che il loro claim si a proprio "love and pain". Amore per la vita e dolore. Bellezza e pianto. Cuori e picche. Compro un paio di avarcas di Minorca, sono così comode che quasi non le voglio togliere, ma mi rimetto su le scarpe da tennis, sarà più bello indossare i sandali menorchini a Milano, mi faranno sentire meno lontana dalla Spagna. Lascio Barcellona e la saluto dal finestrino dell’aereo da cui rivedo pure la nostra supernave di lusso attraccata al porto. Muchas gracias Barcelona, hasta luego.



13 07 2005

Come sarà? Aspetto il mio turno davanti al bancone della lavasecco, devo ritirare un mio abito di lino, la giacca sportiva di Lo e un suo maglione. Per distrarmi sbircio il serpentone girevole coi capi appesi, cercando i nostri.



P
oi poco più in là, dietro una tenda a perline, intravedo dei carrelloni in metallo. Dentro alla rinfusa, sono abbandonate dozzine e dozzine di trapunte, copriletto, coperte. Un’accozzaglia di fantasie, colori, tessuti, disegni. La vista d’insieme è di un kitsch tremendo.



In quelle coperte scomposte, così chiassose e "povere" e pop,  vedo gli interni di trilocali  in periferia, le camerette di bambini cresciuti negli anni ‘80 che ora vengono usate per quando i parenti vengono in visita, vedo i talami nuziali violentati da ruches di raso sintetico e poliestere in un improbabile color rosa confetto, vedo i plaid sformati, le coperte ruvide da ospedale o caserma, vedo una bambola con vestito fatto all’unicinetto di lana posata sui cuscini.



Varia umanità racchiusa nelle cuciture di trapunte: sogni e incubi comuni, sessioni copulatorie, coccole salti e giochi, letture notturne alla luce di un abat jour, letti di malattia e vecchiaia, stoffe imbottite illuminate solo dalla luce di una tivù, bandiere patchwork che sventolano sul davanzale a prender aria e smog la mattina in una corea milanese.

Via, tutte insieme: rose fuxia per la trapunta della signora Ines, disegni geometrici per la coppia di architetti, disney per il letto a castello di Karim, madras per la casa al lago di Piero, tartan scozzese nel camper di Alfonso, fiorellini provenzali per lo stile country di Cinzia…E’ come se mi parlassero da quel cestone, raccontandomi di chi le ha usate, comprate, sporcate, vissute.



Un uomo scaraventa le trapunte come stracci in giganti lavatrici. Ne usciranno come nuove, igienizzate (almeno così assicura il cartello che campeggia dietro il bancone), pulite, ripiegate, imbustate e pronte per il letargo estivo. Scariche di quell’umanità che prima le aveva impregnate. 



Dal cesto di metallo spuntano lembi di coperte e trapunte a cui sono stati graffettati numeri tagliandini numerati. L’uomo continua a travasare copriletti, coperte, trapunte…

 

"A chi tocca?"

Torno alla realtà risvegliata dalla commessa che mi guarda con aria interrogativa. Mi guardo attorno, c’è solo una signora sui quarantacinque, corpulenta, abbronzatissima, capello crespo stinto, veste un camicione sgargiante, con occhiali da lettura da cui pende una catenella di perline turchesi. Prima non c’era, altrimenti l’avrei notata.



"Forse tocca a me" le porgo lo scontrino con l’etichetta ed il numero colorato. La signora maga magò intanto fruga nella sua borsa di paglia colorata.



Il serpentone si attiva e sfilano i capi, la commessa ferma la manovia, controlla, riprende la ricerca, infine stoppa.



"Numero E851 rosa, trovati! Ecco a lei!"



Ringrazio, controllo al volo che ci sia tutto: il mio abito, la maglia e la giacca di Lo. Ok. Saluto. Mentre cammino verso l’uscita del centro commerciale, con i ganci delle grucce in metallo che mi segano le dita, non posso evitare di voltarmi un’altra volta verso la lavasecco rapida. La signora sta porgendo ora il suo numero alla commessa. Chissà se ritira una trapunta…



8 06 2005

Ma dove vai motociclista in bicicletta? Ho deciso: oggi vado in ufficio in bicicletta. Inforco prima gli occhiali da sole nuovi, regalo di R., poi la mountain bike che mio padre aveva vinto ad una pesca di beneficenza. Passo davanti alla fermata di Famagosta, mi sento goffa e insicura su questo trespolino a pedali che pesa almeno il decimo rispetto alla mia moto.

Quest’aggeggio frenerà? Oddio, sono senza frecce, aspé… tiro fuori il braccio e svolto, niente specchietti, per vedere alle mie spalle devo girarmi, i capelli mi frustano il viso in corsa mentre sono  in piedi sui pedali mi volto e la catena appena lubrificata sotto di me fa frrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr…

Percorro l’argine lungo il Naviglio Pavese. Pochi chilometri in cui posso dedicare più tempo ad uno dei miei hobby preferiti: osservare. Guardo. Guardo tantissimo. Tutto. Roberto mi chiamava "Scanner" per via di questo vizio che ho di esaminare ciò che mi circonda.

E’ che io mi faccio dei piccoli film, immaginando chi vive proprio dietro quel poggioletto, l’unico di tutto il palazzo che ha le tende marrone sbiadito e non verde scuro. Magari è una giovane coppia che ha acquistato l’appartamentino a distanza di anni dalla morte della precedente proprietaria, che aveva le tende esterne marroni a strisce arancio, eredità dell’originale facciata del condominio… O forse è una famiglia semplice e modesta alla quale l’amministratore ha concesso di adeguarsi al nuovo capitolato condominiale con un po’ più di calma…

Ecco che ogni dettaglio, magari insulso, per me diventa la scusa, l’incipit di una nuova storiella.

Pedalo e pedalo.

A volte cerco di andare velocepiùvelocepiùvelocepiùveloceancoraaaa. Giusto per vedere se queste due ruote sanno darmi emozioni simili a quelle della moto. Ovviamente no, nulla a che vedere con l’ebbrezza dei 600cc. Mi rendo però conto che questa lentezza, questo impegnare gambe e respiro e fatica mi servono. Come se ipnotizzando il corpo e le energie in un movimento ripetitivo potessi con la mente e attraverso lo sguardo liberarmi.

Sentire il sedere che duole sulla sella, la cassa toracica che si espande e si svuota e allo stesso tempo immaginarmi localizzata da un satellite: pianeta terra, emisfero, continente, nazione, regione, città, quartiere, via…e ritrovarmi lì.

Pedala, pedala.

Contro vento, mangiando insetti, immaginando la vita brulicante di Milano sud, coree, fabbricati dismessi, orticelli disordinati che si affacciano sul naviglio lento e odoroso.

In moto è diverso, più emozionante, più bello ma oggi mi va bene così: affannarmi sulla bici, tornare all’essenziale, allo sforzo fisico ad un ritmo più blando per gustarmi il mondo (moscerino compreso), e provare, per una volta, a non lasciarlo fuori dal casco.



13 05 2005

Traffico del venerdì mattina, dopo una svolta mi ritrovo davanti un vecchio Iveco (s)cassone, veramente malconcio. Arrugginito, ciondolante, che sobbalza come in un cartone della Disney, lungo le strade di Milano. E’ proprio brutto, ma non smetto di guardarlo e non lo sorpasso nemmeno: perché il cassone è interamente tappezzato di piante di gerani in fiore. Una macchia di colore in movimento, un giardino mobile.

Sembrano scolaretti in divisa rossa e verde che se ne vanno in gita dimenandosi allegri. Pare che saltino ed ondeggino in una danza di primavera. La loro bellezza riesce a sovrastare lo squallore del vecchio cassone: quei fiori richiamano l’attenzione di tutti.

Lampeggia una freccia: l’Iveco mi abbandona ma i gerani allungano le loro fronde fiorite in un saluto.

Arrivata in ufficio mi concedo un cappuccino con una collega.

"Dormito poco, eh? Hai una faccia…!"

Rispondo che da ieri mi sento un po’ malconcia.

Non so come ma il discorso si sposta sul week end ed in un attimo ci ritroviamo a parlare dei rispettivi genitori, di sorelle, di fidanzati e mariti. Getto il bicchierino di plastica nel cestino, col gusto di cappuccino ancora in bocca, soddisfatta.

"Ahhhh, ora va molto meglio!"

"Già…" La mia collega mi squadra a metà tra il compiaciuto e l’ammirato

"quando parli della tua famiglia e di tuo moroso cambi aspetto e ti si illumina lo sguardo! Diventi subito più bella!"

E’ vero. In un flashback ripenso a quell’onda rossa e verde di stamattina. Anch’io ho porto i miei gerani fioriti nell’anima.



17 03 2005

Secchio o tazza?

Ieri sera la xipho non era in gran forma. "Mimi! Il pesce arancione e nero sta male!".

Pancia in giù sul parquet, appoggiati ai gomiti come bambini che guardano la tv distesi, ci siamo affacciati al vetro dell’acquario; in modo da esaminare la  femmina di xipho, che branchiava di sghembo, a pelo d’acqua.

Un rapido consulto e l’abbiamo isolata. Abbiamo usato un vaso di vetro come ultimo sudario, comunque speranzosi di un suo recupero durante la notte.

Stamattina uno dei primi pensieri è stato per lei. Dal soppalco ho chiesto un bollettino medico a Lo che, di sotto, preparava la colazione.

"Non respira più!" mi ha detto ad alta voce perché lo sentissi sopra il gracchiare di Radio DeeJay. 

Ho scosso la testa sconsolata e sono scesa. Abbiamo dato un’occhiata triste alla pinnata defunta, galleggiante nel suo vaso. Silenzio. Solo la radio.

Intristita vado a far pipì.

Dalla cucina Lo mi domanda incerto e quasi imbarazzato:

"Secchio o tazza?"

La scelta cade sul secchio, il gabinetto non è dignitoso, penso tra me e me, tirandomi su i pantaloni del pigiama e azionando lo sciacquone.

In fondo la xipho era ospite del mio acquario da un anno e mezzo, forse due.

"Ora il suo compagno è vedovo, dovremo comprargli un’altra femmina" La vita continua, l’acquario è un bel modo per capirne i cicli e le regole.



Mi ha fatto tenerezza la domanda di Lo. Come se, anche nella morte di un pesciolino, lui sentisse la necessità di una giusta "celebrazione" e forma di rispetto per la natura ed il suo corso.

Si è fatto carico lui del "rito" e di far tornare le cose alla normalità: raccogliendo il corpicino con il retino, pulendo il vaso dell’ultima notte.

Mentre controllavamo lo stato di salute degli altri pesci ho osservato di nascosto il profilo di Lo, pensando a quale persona meravigliosa è l’uomo con cui vivo da un mese e mezzo.



9 03 2005

Se il trial è balletto in punta di pneumatici il freestyle motocross è un rave psichedelico. Circo spettacolare dove le fiere da domare hanno due ruote e compiono balzi, proiettando in aria i piloti, senza rete: solo rampe, terra e corpi liberi in volo come trapezisti.

Giusto mix di musica, intrattenimento, spettacolo, follia. Nonostante il palcoscenico sia sempre quello del Forum di Assago l’atmosfera della Night of The Jumps è molto diversa da quella del mondiale di Trial Indoor, che si è svolto qualche week end fa.

Al nostro ingresso nello spazio riservato ai fotografi i riflettori si spengono, il dj dalla sua postazione centrale al circuito spara a tutto volume uno stralcio dei Carmina Burana mentre fiamme e fuochi d’artificio si sollevano dalle rampe, trasformando il Forum in una moderna arena.

In pochi minuti l’aria odora di motori, benzina, terriccio. I gladiatori/piloti fanno il loro ingresso incitando il pubblico, che pronto risponde con vigore, aumentando gli applausi, alzandosi in piedi. Il circo del Freestyle Motocross è iniziato. Luci roteanti, bandiere, belle donne, battimani, trombe, urla e il ritmo della musica inizia a scandire le evoluzioni dei piloti.

Tutto il pubblico sta col naso all’insù . Le bocche spalancate e perse nello stupore delle acrobazie. Ogni pilota propone salti nuovi. I loro corpi sospesi in aria si distaccano dalle moto, le gambe mimano un can can aereo, le mani afferrano la sella della moto in volo. Per assurdo l’unione pilota-moto non è mai stata così forte come in questi salti che vedono mani e piedi allontanarsi da pedane e manubrio in coreografie degne dei trapezisti più arditi. La prima qualificazione termina con un trionfo di applausi, l’intermezzo è una gara di sterzata in salto. I piloti sfilano uno dietro l’altro volteggiando: vince un italiano, il Forum esplode. Doccia di champagne per i partecipanti e le ballerine. La nostra posizione d’onore, nel settore destinato ai fotografi, mi consente di afferrare la bottiglia di champagne che il terzo classificato mi porge dalla transenna. Un brindisi davanti alle telecamere (per noi davvero speciale) e il presentatore annuncia l’intervallo. Con l’occasione e l’illuminazione a giorno delle gradinate mi guardo intorno notando che il pubblico stesso differisce da quello presente al mondiale trial indoor.

Il Freestyle Motocross è un fenomeno strettamente collegato all’urban trend. Moltissimi dei ragazzi presenti nel pubblico (e tra i fotografi stessi) indossano "divise" da snowboarder, skater o gruppo hip hop.

I piloti, nei loro incitamenti verso la folla e le telecamere, potevano tranquillamente sembrare replicanti di Eminem in sella: vigorose sgrullate di testicoli, dita medie alzate, un machismo da bulletti di jungla metropolitana. Il pubblico però è talmente preso dalle loro performance che perdona tutto e come drogato aspetta, con lo sguardo verso l’alto, il prossimo salto; tutti trattengono il fiato. E poi si urla assieme, si incitano i piloti, si scalpita e veniamo tutti, per qualche magico istante, catapultati in aria, assieme agli acrobati del motocross freestyle.

Il circo della notte dei salti termina, mi rendo conto che le emozioni non sono tanto legate alla gara per decretare il pilota o la moto migliore quanto piuttosto alla coreografia generale, ai salti, ai colori e suoni. La carovana di The Night of The Jumps tornerà in Italia a novembre, cercheremo di non perderci lo show.

Rientrando a casa, in coda al parcheggio rifletto sul mondo della moto. Il bello del motociclismo è il suo essere poliedrico, il saper offrire così tante sensazioni diverse. Sempre di piloti e moto si tratta, ma ogni disciplina è in grado di stupire, appassionare, emozionare a modo suo. Proprio come ogni genere musicale. Nelle mie orecchie stanotte ci sarà il ritmo indiavolato dei Green Day e le urla della folla al backflip di André Villa.

 

More info here: http://nightofthejumps.it



8 02 2005

Milano da bile Questa città mi odia. Il primo giorno che sono a casa sola per poco non svengo facendo un frontale con uno spigolo: una settimana di bernoccolo e palpebra pesta. Due giorni dopo ecco recapitato il primo messaggio "d’amore" sul parabrezza "PARCHEGGIO RISERVATO CAP. 7", scribacchiato a penna velocemente. In realtà nei dintorni non c’è alcuna traccia di cartelli che attribuiscano il posto auto a qualche capannone in particolare.
Stamattina in un altro posteggio, poco distante dall’altro "riservato", mi ritrovo un A4 infilato sotto il tergicristallo: sarcastico sfottò, scritto a computer stavolta, per giunta sgrammaticato. Ma la cosa si fa più seria quando mi accorgo del pneumatico anteriore tagliato. Anche in questo caso non leggo cartelli di parcheggio riservato in zona. Mentre L. amorevolmente mi cambia la gomma mi accorgo che la stessa sorte è toccata ad un’altra auto inavvertitamente parcheggiata dove "non si può". Il far west del parcheggio selvaggio, con giustizieri che dettano legge dove non c’è e puniscono i contravventori arrogandosi diritti inesistenti. Peccato che non si sa chi sia a dettare queste regole e tantomeno quali siano in dettaglio. Non era forse sufficiente il biglietto asetticamente anonimo in cui mi si diceva che non ero stata "fortunato ha trovare parcheggio" ma che quello era "il posto auto di un lavoratore"? Non sono forse una lavoratrice anch’io?
Perché restare anonimi quando ci si arroga un diritto?
Se quel posto auto è mio di diritto che paura dovrei avere a reclamarlo a gran voce o a chiamare un vigile per fare una contravvenzione?
Se in quella zona non si può parcheggiare perché non c’è un cartello a norma di legge di divieto di sosta con tanto di concessione del Comune di Milano?
Rispetto a quelle leggi, quelle vere, chi è in torto?
Tu lavoratore milanés che non sai nemmeno scrivere in italiano e che mi tagli una gomma per vandalismo e dispetto, oppure io, emigrante da pochi giorni nella Milano da bile, che applico le semplici regole di tolleranza e quieto vivere, parcheggiando dove non c’è alcun cartello di divieto?
Mavaffanculo và!



21 01 2005

Alla fine le decisioni importanti si somigliano tutte. Lo capisci da come le persone reagiscono quando comunichi loro le tue intenzioni, dopo mesi e mesi di intima ponderazione ed analisi.

Ho comprato la moto.

“Che matta! Stai attenta, è pericolosa, ho letto sul giornale di tizio che ha fatto un mega incidente, e di un altro che…” Ma porcadiquellaporca ecco puntuale il bollettino di guerra stradale! Sì lo so, e ci penso ogni volta che salgo in sella a cosa posso andare incontro. Lo so che può succedere, cerco di essere prudente, di non fare cazzate, ma come faccio a farti capire l’emozione di guidare una moto? Essere ad un raduno fra persone diverse in tutto ma con la tua stessa passione, trovarsi in pista con se stessi in un cono distorto dalla velocità, salutare con le dita a V degli sconosciuti e sapere di non esser soli mai sulla strada.

”Ah, guarda, sarà anche bello andare in moto ma a me fanno paura, non per come guidi tu ma per quello che fanno gli altri. E’ pericoloso!” e fin qui do loro ragione, ma la prendo con un certo fatalismo. Poi però ti provocano “Non sarà un hobby passeggero? Tipo che dopo due mesi ti stufi o prendi paura e la vendi?” E se anche fosse? E poi perché dovrebbe essere proprio un fuoco fatuo? Avrei speso tutti quei soldi in abbigliamento tecnico, manutenzione, moto, assicurazione per un flirt?


Ho deciso di cambiare città, lavoro, casa e coinquilino.

“Che matta! Milano è grigia, ho letto sul giornale che sono tutti stressati, che c’è criminalità, inquinamento che la vita costa cara e il mercato del lavoro è in crisi, non ci sono certezze…” Ma porcadiquellaporca ecco puntuale il bollettino meteorologico, economico, psicologico metropolitano! Sì lo so che Milano non è la ridente Marca Gioiosa, e un po’ di timore c’è di intristirmi nella nebbia. So bene cosa lascio qui (l’amore di mia sorella, gli amici, un ottimo lavoro, luoghi meravigliosi, uno stile di vita sereno). “Però, certo, a Milano ci sono mostre, cultura, concerti, fiere, teatri, cinema, un sacco di svaghi, eventi, locali carini” Ed è proprio questo che mi conforta e mi fa sperare di non soccombere alla tristezza. Il fatto di avere già degli amici a Milano e dintorni, una casa da rendere accogliente, una nuova routine, delle nuove sfide di lavoro e un compagno con cui crescere e vivere.
“Ti do due anni: poi per me torni all’ovile, la convivenza è bella all’inizio, ma è dura, poi a Milano! Se non sei nel giro giusto…”

Possibile che tutte le decisioni importanti si somiglino?

Pare che una volta intraprese queste scelte io debba avere sempre un sottile senso di colpa per il mio mettermi in discussione. Non ho ancora sbagliato, ma per alcuni è già chiaro e lampante che succederà. Evviva la fiducia nel prossimo, beati loro che vedono ciò che io ancora ho da vivere e costruire giorno per giorno. Per tutto il bene che mi vogliono sicuramente mi dicono queste cose: per mettermi in guardia, per evitarmi delusioni, per essermi vicini e d’aiuto. Eppure mi sento sola e quasi mi metto alla sbarra per degli sbagli che non ho ancora commesso.

I “…Te l’avevo detto” sono bombe a orologeria  di cui pare soltanto io non veda il timer. Spetta a me farle brillare disinnescandole con le mie scelte.

Postilla: Oggi Buba sembra aver scritto questo post per me.