27 08 2004 Comments : 13 Comments »
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Mmmuuu…gellooooooooooooo!!! Mugello, Mugello, Mugello! Girerò al Mugello. Due turni sabato mattina: evviva, evviva, evviva! Grazie a Special Mag e naturalmente alle mitiche Motocicliste.net

Post a sorpresa Mmmuuuuu…mmmmmmuuuuuu…muuuuuu…
Era già on line la mia intervista alla grintosissima Samuela De Nardi sul portale Aprilia Racing e me ne sono accorta solo oggi
… Sono proprio innamorata
! Forza Samuuuuuuu!!!
Brivido Passeggio tranquilla verso la mensa, affondando le mani nella borsetta alla ricerca del cellulare. Incrocio due tipi degli Affari Societari. Un rapidissimo saluto, mi vedono di sfuggita ma poi noto che fermano lo sguardo all’altezza del seno qualche attimo di troppo, tutti e due. Mi oltrepassano e sposto l’attenzione anch’io verso il basso per controllare cosa succede. Nessuna macchia, nessun bottoncino della polo aderente rossa che tira, nessun’ombra di sudore: capirai con quest’arietta primaverile!
Riporto il mento verso il collo e mi accorgo finalmente di cosa ha catturato l’attenzione degli impiegati imbacchettati. Sto rabbrividendo, accarezzata dalla fresca brezza di questa giornata, indecisa tra nuvoloni e ampie schiarite. Sotto il cotone della polo occhieggiano i capezzoli. Impossibile non notarli. Avvampo di vergogna anche se oramai sono sola sul vialetto alberato. Non ho più freddo ma incrocio gli avambracci sul petto, cercando di mimetizzare l’inconveniente e maledicendomi per non aver messo un reggiseno con le coppe più corpose. Altro check veloce…tutto ritornato alla normalità, mi metto in fila per il vassoio. Oggi mi scopro pudica. Domani mi copro di più.
L’Ultimo “Mamy come si fa a sapere qual è il vero amore… l’uomo giusto?”
“Quando è l’ultimo”
Sogni nel pallone E’ sul ciglio della strada, avrà si e no sei anni. Si sbraccia con una mano per catturare la mia attenzione mentre avanzo in auto. Tiene ben teso un pollice alzato e sfodera un sorriso che, avvicinandomi, mi accorgo è un po’ sdentato.
Fa l’autostop. Sporgo il capo verso il parabrezza quasi a volerci veder meglio. Eh sì…fa proprio l’autostop!
Ha un pallone sottobraccio e uno zainetto enorme sulle spalle. Per un attimo immagino di sostare, aprirgli lo sportello e chiedergli:
“Dove vai di bello?”
“Vado nel mondo dei grandi!”
“Salta su!”
Una volta sistemato in auto dopo sorrisi e convenevoli gli avrei domandato che mestiere avrebbe voluto fare da grande:
“Il calciatore!”
“Ah, interessante…lavoro dinamico, di successo, fama e anche sacrifici! Ti porto al lavoro con me oggi, così vedi un po’ di adulti come se la passano negli uffici”.
Ci saremmo fatti un tour aziendale. Io e lui. Mano nella mano. Mi avrebbe fatto un sacco di domande perché lui è un bimbo curioso, vuole girare il mondo, prenderlo a calci leggeri come fa con il suo pallone che non abbandona mai.
Avremmo visto insieme tante facce di impiegati, giovani e maturi, seri e sfaccendati. Gli avrei raccontato la storia dei fondatori dell’azienda come una leggenda di cavalieri coraggiosi, che vivono in lussuose ville da sogno. Così forse sarei riuscita a tenerlo lontano dalle scrivanie presidiate da vocianti dirigenti sempre incazzati e dalle impiegate che fanno comunella fuori dagli uffici e fumano di continuo. Gli avrei spiegato a cosa serve il fax, il pc, il telefono della segretaria…per distrarlo dalle lagne, dalle voci di corridoio, da parole pesanti come “mobilità”, “crisi”, “disoccupazione”, “ristrutturazione aziendale”, “contratti a termine”, “tasse”, “inflazione”…
Nessuno ci avrebbe notati perché io gli avrei insegnato ad osservare senza dare nell’occhio. Poi l’avrei portato in mensa, sollevandolo per dargli modo di afferrare con le proprie manine i piatti e riporli poi sul vassoio. Gli avrei spiegato che non c’è il dolce ma solo frutta e yogurt perché dobbiamo rimanere in forma e mangiar sano, e poi lui deve diventare un calciatore, non un pingue capoufficio. Gli strizzerei l’occhio, sapendo di mentire. Non c’è il dolce perché costerebbe troppo ai dipendenti.
Vorrei che lasciasse per un attimo il pallone, ma non lo perde mai di vista. Ogni tanto noterei che un po’ si annoia e magari gli piacerebbe fare qualche palleggio fuori tra i giardinetti della sede centrale.
Vorrei che a fine giornata mi dicesse in tono risoluto e maturo: “Ho cambiato idea, da grande farò l’imprenditore e avrò una fabbrica tutta mia, ma più bella di questa!”.
Invece so già che mi direbbe “Qui c’è gente triste, andiamocene via, ho gli allenamenti stasera!”
Così, la presa delle sue piccole mani sul pallone non si allenterebbe e i polpastrelli si espanderebbero come ventose sul cuoio.
Fintanto che arriva uno schiaffo.
Improvviso, di sorpresa, quasi da dietro le spalle del bambino. Uno di quelli che intontisce.
Mi sento le cinque dita di sua madre sulla faccia e mi ritrovo nuovamente catapultata nella mia auto. Come una cometa ubriaca il pallone mi attraversa la strada, lo scarto con le quattro ruote, non so nemmeno io come. Con la coda dell’occhio dallo specchietto retrovisore scorgo il piccolo che non ha più il pollice in su e si copre ora il visino tra le mani. La bocca sdentata è spalancata nel pianto.
Altro che gite aziendali e viaggi educativi nel mondo dei grandi. Alla realtà basta un ceffone ben assestato per convincerti che diventare calciatore è un’utopia remota. I nostri sogni intanto rimbalzano dall’altra parte della strada.
Honda Family Festival Misano. Vado a mettere in cirolo il mio amore.
Pluvia tua umbrella mea Faccio un chilometro sotto uno scroscio d’acqua misto grandine e arrivo nell’atrio dell’ufficio commerciale, mezza inzuppata. Percepisco che ho le calze a rete bagnate fino al polpaccio, sento le décolleté che fanno squish squish ad ogni passo. Mi pulisco le suole sullo zerbino. Non c’è un portaombrelli e so che per arrivare all’ufficio viaggi devo attraversare altri due dipartimenti, tra vetrate e pannelli openspace.
Penso a come reagirei se qualcuno gironzolasse per casa mia con un ombrello sgocciolante. Non ho esitazioni e confido nella buona educazione dei colleghi. Due di loro si stanno concedendo un caffé surrogato alla macchinetta, chiacchierano. Poso l’ombrello in un angolo in cui lui subito comincia a piangere il suo rivoletto. Lo osservo un secondo. Non è un bell’ombrello, ha il manico di legno con la vernice scheggiata, le astine un po’ arrugginite. Ma è solido, con il logo aziendale e fa il suo onorato servizio da anni. Nessuno se lo porterebbe via. Lo guardo come a dirgli “torno subito”. Infatti nel giro di due minuti, forse cinque al massimo, sono pronta per tornare alla base.
Mi avvicino all’uscita, ma lui non è più nel suo cantuccio. E’ rimasta solo la pozza d’acqua piovana, la traccia sul luogo del delitto.
Immagino il mio ombrello che se la fa sotto mentre una mano estranea lo afferra e lo apre di fretta. Lo vedo nella sua livrea sgargiante sobbalzare ad ogni passo, in mano ad uno sconosciuto rapitore. Chiedo alla coppia di ragazzi col caffé in mano se hanno visto il mio ombrello. “Ah, era tuo?” fa il ragazzo con aria ebete, annuisco. “L’hanno appena preso due tipi due secondi fa, se vai fuori forse li trovi ancora!”. Tento la via d’uscita, ma non appena spingo la porta a vetri una folata di pioggia m’investe. Oltre il vetro nessun medaglione di tela colorata si aggira. Sconsolata mi ritrovo ad elemosinare un ombrello in prestito, con la solenne promessa di restiuirlo.
“Figurati…tienilo, è un campione, per la Segretaria di Direzione, questo ed altro!”, mi fa una tipa tutta salamelecchi e sorrisi affettati. Mi avvio verso l’ufficio. Quest’ombrello è più nuovo e carino, ma non è il mio…Mi accorgo di cercare l’ombrello despaparecido a coprire il capo delle poche persone che si spostano frenetiche tra i vialetti dell’azienda. Mi sento vittima di un piccolo sopruso, impensabile per me vedersi rubare l’ombrello tra colleghi. Tengo il broncio. Chissà che fine fanno gli ombrelli rubati? Verranno lasciati sgocciolare tra un bouquet di manici curvi, per poi essere nuovamente sottratti? Immagino una staffetta il cui unico testimone è quel povero ombrello…passato per mille mani, dimenticato, rotto, bagnato, lasciato e ripreso, chiuso e aperto…
L’ombrello nuovo intanto mi fissa quasi fiducioso. Vuole stiracchiare e spiegare le sue stecche per un’altra passeggiata sotto la pioggia. “Non è il tuo destino, sei troppo raffinato tu” gli dico.
Chiamo il fattorino della posta interna che in pochi minuti arriva alla mia porta imbacuccato nel giaccone cerato. Stringo la tela impermeabile ancora imperlata di gocce, chiudo il bottoncino a pressione. Allungo al ragazzo il testimone umido “Ciao Maurizio, potresti restituire quest’ombrello a Luisa del commerciale? Grazie!”.
Mi indigno sempre quando incappo in ordinari incidenti di piccola inciviltà. Meglio bagnata che maleducata.