31 03 2005

"L’arte di smettere di fumare (controvoglia)" di Carmen Covito potrebbe esser definito un libro onesto, a partire dal titolo, con quella confessione malcelata tra due parentesi e la copertina da cui ammicca una sigaretta accesa.

Carmen Covito non vuole fornire un manuale o scenari apocalittici per quanti perseverano nel vizio del fumo, anzi, da ogni sua pagina trasuda una velata forma di solidarietà con i fumatori, piuttosto che denuncia e disprezzo.

L’autoironia dell’autrice è gradevole, calibrata, sagace e riesce a toccare argomenti che per i tabagisti (redenti o meno) sono spesso spinosi.

In fondo la risata è l’approccio migliore ad un percorso di abbandono del fumo, che di ilare ha ben poco.

Smettere di fumare, ma soprattutto non ricominciare, è impresa difficile, una vera e propria arte di cui ognuno è autore, con le proprie motivazioni, stimoli, dubbi, paure, ricadute. In questo senso è apprezzabile l’onestà del libro: perché non riporta falsi pietismi, istruzioni per l’uso, soluzioni miracolose, denuncie salutiste; ma solo la storia e la curiosità di una fumatrice incallita che cerca (a volte senza troppa convinzione) di prendere con filosofia la decisione di smettere.

Tutti gli aspetti del fumare vengono esaminati, l’excursus è completo e dettagliato, ogni (ex)fumatore troverà nelle righe della Covito un po’ di sé, senza falsi pudori, senza alibi da "domani smetto", e con uno stile narrativo scorrevole, immediato, amichevole. Il libro getta anche uno sguardo al fumo e allo smettere di fumare come fenomeno sociale. In questo contesto cita un altro fenomeno sociale, quello dei blog: forma di comunicazione e aggregazione che con il tabagismo ha molte similitudini. Perché aiutarsi in forma anonima, ascoltarsi, leggersi, confrontarsi, riconoscersi attraverso un diario in Rete è un po’ come scrivere la propria storia, condividerla con altri, nel bene e nel male. Noi di Smettiamola! ne sappiamo qualcosa…

L’occasione di approfondire i temi trattati viene offerta alla fine del libro. L’appendice infatti propone "di fare sul serio", mettendosi ovviamente in gioco, con una serie di test e questionari che mirano a definire la dipendenza dal fumo e le motivazioni che possono portarci a sciogliere le manette della nicotina.

Garanzie di riuscita e successo non ce ne sono. "L’arte di smettere di fumare (controvoglia)" non fa miracoli. Nella sua trasparente ironia però induce riflessioni col sorriso tra le labbra, al costo di qualche pacchetto di sigarette. Provare (ma anche leggere e smettere) per credere.

Post reloaded da Smettiamola!



15 03 2005

Masturbazioni e infrazioni alle regole

Il fumare ha una forte valenza sessuale. Ne ho lette di cotte e di crude a riguardo. Dagli allarmismi sul pericolo di impotenza per i fumatori più incalliti, alla teoria della sigaretta tra le labbra come sostituivo del capezzolo materno o stimolo sessuale orale. Tutte analogie e informazioni discutibili. Per carità, ma il legame sesso-sigaretta credo esista davvero.

L’altra notte, non succedeva da mesi, mi sono sognata di fumarmi una bella sigaretta calmante, meditativa, quasi voluttuosa.

Ero incazzata con qualcuno per un motivo che non ricordo. Una rabbia quasi violenta, ideali calpestati, questione di principio, insomma.

Del sogno ho appunto quest’immagine di me molto aggressiva, frustrata, in reazione ad un torto subito ingiustamente.

Pugni chiusi, guance in fiamme, cercavo di convogliare la rabbia in modo costruttivo nelle mie parole. Sapevo di essere nel giusto.

Alcuni degli interlocutori fumano davanti a me, con aria sostenuta, senza badare alle mie provocazioni. Nel discutere animatamente, in modo spontaneo e non programmato, ho sfilato una sigaretta dal pacchetto posato sul tavolo/trincea, me la sono accesa ed ho continuato lo scontro verbale, via via sedando le miei inquietudini. Mentre aspiravo il fumo e reggevo la sigaretta tra le dita "percependone" il peso e la consistenza, c’è stata una parte di me, fuori dal sogno, che mi ha riportata alla lucidità della veglia:

"Mimi, stai fumando! Non avevi smesso da mesi?"

Sempre con il sottofondo della diatriba mi rispondevo mentalmente da sola

"Che m’importa, non lo vedi che sto sognando? Fammela godere, non faccio del male a nessuno!Mmmmmh che benessere!"

Con l’accensione della sigaretta parte delle discussioni oniriche con i miei avversarsi si era magicamente placata. Mi ritrovavo così intenta a fumare, come ai "vecchi tempi". Gustandomi ogni boccata, sentendone il gusto quasi. In una specie di orgasmo tabagista.

Mi sono svegliata stralunata. Non sapendo se la fine dell’idillio fosse da attribuire al mozzicone ardente del sogno (tutto finisce, anche le sigarette immaginarie) oppure ad vago senso di colpa dello stato di veglia (avevo infranto la regola, avevo fumato!).

Un po’ come nei sogni erotici: da un lato ti dispiace che siano terminati col risveglio, dall’altro ti stupisci per certi sfoghi sensuali di cui non ti credevi capace, in ultimo ti ripeti che non hai fatto del male a nessuno e ti culli beato nelle sensazioni di piacere da poco provate.

Scritto per: http://smettiamola.splinder.com



11 11 2004

La tabaccheria Ieri sera, dopo il lavoro, sono passata dalla tabaccaia. E’ un negozietto ricavato da quella che, un tempo, era un’abitazione di campagna, in un paesotto del nordest come tanti: una chiesa, una scuola elementare e poche casupole di agricoltori e artigiani.

Mi piace parcheggiare l’auto di sghembo sotto la verandina di edera smeraldo.


 

 

 

 

Meglio se ci sono anche qualche vecchio vespino scorticato dalla ruggine e una mountain bike già posteggiati, vuol dire che ci sono già altri clienti. Mi avvicino alla porta d’entrata, attorno alla quale campeggiano una mezza dozzina di cartelli a pennarello oramai sbiaditi al sole che scrivono “LOTTO”, “Bolli AUTO/MOTO”, “Multe”, “SISTEMI”…

Mi piace e mi fa buffo leggere, qualche mattina, passandoci davanti sulla via del lavoro, un foglio appeso alle imposte di legno chiuse, con su scritto: “Oggi si apre alle 10.30/11.00 per motivi personali” per poi vedere la gerente (una bella signora sui quaranta, con lunghi capelli rossi ed occhi vivaci) pedalare con vigore sulla sua bici, verso le bancarelle del vicino mercato.

Mi piace l’espressione pacata, forse un po’ beota, della vecchina che mi accoglie come una sfinge incartapecorita al mio ingresso nella tabaccheria. Non so dire chi sia quest’anziana disabile (ci sono le stampelle a fianco della sua sedia impagliata, da cui osserva distrattamente i clienti) Forse è la madre della bella signora rossa. Forse è sua suocera. Fatto sta che la vecchina è una presenza fissa, indissolubile dalla tabaccheria. 

 

 

 

 

 

 
Come la gatta nera. Una miciona dal pelo serico e color della pece, nessuna macchia bianca o indecisione nel colore del mantello. Nera in tutto e per tutto. Le prime volte nemmeno me n’ero accorta di ‘sta gatta. Perché magari sonnecchiava sul banco, acciambellata tra i vasi panciuti delle caramelle sfuse. Senza farsi notare. Oppure perché se ne stava in quello che, un tempo, era il tinello, sotto la cappa di un caminetto che non brucia più da anni e che ora decora questa “tabaccheria casalinga”.
 

Mi piace persino aspettare la bella signora rossa che, nell’altra stanza, arredata in stile povero, stampa matrici del superenalotto o si ingegna dietro alla fotocopiatrice, mentre una studentessa le porge l’ennesima dispensa da copiare.
Perché nel frattempo posso studiare questo posto così unico, oppure rubare qualche carezza alla black diva dagli occhi gialli che, un po’ sospettosa con gli estranei, non accenna nemmeno le fusa.

 

 

 

 

 

 

Mi piace il contrasto tra i macchinari moderni della ricevitoria e l’arredamento tradizionale, in legno un po’ tarlato, coi pomelli di ottone bruniti e i vetri delle credenze tutti a onde e con la grana irregolare.
Qualche parola con la bella signora ogni tanto l’ho scambiata. Con la scusa dei gatti. Sì, perché oltre alla nera inquilina felina nella tabaccheria ci sono decine di altri piccoli gatti che spuntano… sono nei quadretti naif alle pareti, sono sulle mensole sotto forma di piccoli soprammobili fatti a mano, sono persino fotocopiati su un foglio A4 che riporta l’ambo o il terno suggerito per la prossima estrazione, ed anche disegnati sullo scontrino fiscale.

 

 

 

 

 

Mi piacciono i clienti della tabaccheria. Gente semplice, muratori che lavorano nei cantieri edili che spuntano come funghi a colonizzare questi ultimi appezzamenti di terra promessa in periferia. Omaccioni che arrivano con le scarpe e i pantaloncini lisi e sporchi di calce. Ma anche qualche elegante rappresentante di passaggio con l’auricolare perennemente penzolante e qualche mamma giovane che stremata concede “Cinque caramelle…. Non una di più!” al furetto imbronciato che tiene per mano e che la strattona con occhi imploranti battendo i sandaletti blu sul pavimento di marmo consunto.

Insomma se non fosse che il fumo è un brutto vizio vorrei poterci passare ogni sera, fotografare la vecchina seduta di fronte all’ingresso, scattare qualche istantanea ai clienti che compilano con dovizia certosina le schede del Tris, fermare in un’immagine il ragazzino che in volata scende dal suo scooter ed acquista una ricarica per il cellulare, ritrarre la pantera che si aggira, come una padrona, in questa tabaccheria un po’ fuori dal tempo. Un po’ come nel film “Smoke”, in cui il tabaccaio Harvey Keitel per anni ferma in un’immagine fotografica, alla stessa, ora ogni singolo giorno, l’angolo di strada della sua tabaccheria.

Ieri alla tabaccheria ho fatto il mio primo furto.
 

La bella signora rossa era di là, nell’altra stanza a passare schedine nella mangiasoldi del totip, la vecchina era, come sempre, seduta e beata, persa nel limbo degli anni d’argento…Mi ha vista sicuramente, ma non so se si sia resa conto di quello che stavo facendo. Altri clienti lì davanti al banco dei tabacchi e dei dolciumi non ce n’erano. Solo un esercito di tanti pacchetti di sigarette, ordinati per marca e una piccola trincea di accendini di mille colori e forme. La gatta mi ha salutata aprendo pigramente solo un occhio svegliandosi, per un attimo, dal suo pisolino serale…
Sono stata veloce e attenta… Mi sono posizionata davanti al bancone, la schiena a coprire i rapidi gesti delle mani. Loro erano lì: una tentazione col gusto dolce e intenso dell’infanzia, vestite di carta colorata, presagio di sugoso piacere fruttato, gentilmente addormentate nei loro vasi di vetro col tappo. Le caramelle…

Click!

 

 

 

 

 

 

Il display del mio cellulare ubbidientemente recita: “Salvare immagine .jpg in cartella dati?”. Clicco su “OK”, e nascondo la “refurtiva” in borsetta, appena in tempo.
 
La bella signora arriva un po’ trafelata dietro al banco lasciando oscillare sul petto gli occhiali da lettura, legati al collo con una catenella dorata “…Ecco a Lei…Le serve qualcos’altro?” “Bhè…uhm… sì, se per cortesia mi può dare cinque – ma giusto cinque contate – di queste caramelle gusto frutta, grazie!” Le porgo la moneta di taglio più piccolo che ho nel portamonete. “Mi spiace…” mi risponde la bella signora dietro al banco posandosi gli occhiali sul naso e frugando con l’indice fra le monetine nel registratore di cassa “…ma non ho da darLe il resto!”. Un attimo di silenzio complice… poi mi sorride, mi strizza l’occhio e la bella signora rossa mi saluta con un: “Offre la casa!”

Mi piace proprio un bel po’ questa tabaccheria.

Post reloaded del 25/06/2003

 



4 11 2004

Post Reloaded II

Ieri in autodromo a Misano, dopo aver caricato il furgone sono andata in bagno per far pipì e lavarmi le mani. Ad entrare nei bagni per le donne mi precede una signora rotondetta, in jeans aderenti e infradito con zeppa, unghie dei piedi malamente laccate di rosa, un top sgargiante. Con lei sua figlia, avrà sì e no dodici anni. Entrano negli unici due gabinetti con un po’ di carta igienica a disposizione. Mi metto paziente in fila, intanto fuori si scatenano i rombi delle moto in pista.

Visto che ci sono mi lavo le mani così non mi sporco gli indumenti con la polvere e il grasso. Dallo specchio vedo riflessa la madre giunonica che esce per prima, abbottonandosi a stento i jeans. Lo stimolo oramai è tale che mi scrollo in fretta le mani per asciugarle e m’intrufolo tra l’ingombrante presenza materna e la porta dei servizi. Mi accoglie una zafata di fumo.
Cerco di non pensarci, mi volto e mi accuccio, respirando con la bocca per non inalare. Faccio scendere i pantaloncini e gli slip. Ho quasi un conato. Mi volto di lato verso l’origine dell’odore e la vedo lì per terra.

Una sigaretta accesa che brucia i suoi ultimi minuti di tabacco.

Un filo di fumo denso sale e mi forza le narici. Intanto la figlia chiama la madre dall’altro gabinetto chiuso. “Mamma…sei ancora dentro?”

Io non rispondo. So perché l’ha chiamata: nel rumore dell’autodromo non ha sentito la madre uscire dal bagno e l’odore del mozzicone la inganna, facendole pensare che la mamma sia ancora oltre il muro divisiorio, seduta sulla tazza a fumarsi la sua sigaretta. Poi sento la porta del gabinetto a fianco aprirsi. Anche la figlia esce. Non tira lo sciacquone e non si lava le mani. Dal mio gabinetto dietro la porta chiusa sento solo i suoi braccialetti tintinnare mentre si sistema i capelli e la sua voce ancora da bambina che si rivolge all’esterno e dice alla madre “Eh, pensavo che fossi ancora dentro… arrivo ma’, un attimo!”.

Aziono lo sciacquone e non vedo l’ora di uscire da quei due fetidi metri quadrati. La prima cosa a cui penso è la puzza di fumo che mi avrà impestato maglietta e pantaloncini.
Sto quasi per allungare il piede e schiacciare il mozzicone abbandonato lì acceso, ma poi ritraggo il piede ed esco. Mi rilavo le mani con la speranza di togliermi un po’ di quel tanfo di dosso. Non voglio nemmeno più sfiorarla una sigaretta, la lascio lì per terra a morire vicino alla tazza di ceramica di un bagno pubblico. Testimone di se stessa e della maleducazione altrui.

Scritto per Smettiamola! il 20/09/04



3 11 2004

Post Reloaded

Stanotte prima di addormentarmi pensavo a quale fosse stata la migliore sigaretta della mia vita, la Signora Sigaretta. Quella fumata con più gusto, magari nel luogo più insolito, nel momento più topico, con la persona più giusta, provando le emozioni più forti.

 

Mi sono ritornati in mente tantissimi ricordi, più o meno piacevoli, piccole grandi tappe della mia vita degli ultimi anni. So che in quell’arco di tempo ero fumatrice ma non sono riuscita ad isolare un singolo fotogramma mentale in cui fumassi quella Signora Sigaretta: la migliore della mia vita, per intensità, pathos o semplicemente per gusto e piacere del fumo stesso.

 

La cosa mi ha quasi irritato perché, senza troppi sforzi, ricordo perfettamente il mio Signor Giro in Moto, per esempio, la mia Signora Nottata d’Amore, la mia Signora Figura di Merda, il mio Signor Pianto Disperato, il mio Signor Giorno di Trionfo…

 

Forse perché alla fine fumare non ha aggiunto nulla a ciò che stavo vivendo. Ad essere predominanti sono state le persone, le esperienze, i luoghi e le atmosfere. Di quelle saprei indicare anche i minimi dettagli, ma delle sigarette fumate in quelle occasioni non ho ricordi precisi. Eppure mi piaceva fumare, non riuscivo a farne a meno.

Mi sono resa conto di quanto siano subdoli il vizio, l’abitudine, il meccanicismo, la ripetitività. Forse non c’è più spazio, ma sui pacchetti di sigarette dovrebbero scrivere anche questi ingredienti. Non aggiungono niente alla nostra vita, ma in un certo senso, la imprigionano con manette invisibili, fatte di un filo di fumo, la cui chiave è in mano nostra, sotto forma di accendino.

 

 

 

 

 

 

 

Scritto per Smettiamola! il 29/10/04