è nato!

3 10 2006

Francesco, l’ostetrico, ha reso possibile con la sua perizia e pazienza il taglio del cordone ombelicale. Splinder bye bye.
Il parto con l’aiuto del plug in da lui creato è stato un po’ travagliato ma l’importazione di post, commenti e permalink è riuscita splendidamente!
GSChicco, in veste di padrino ha seguito in orario notturno i deliri della gestante, che arrivava a chiedere l’epidurale con una dose di Linux massiccia.
Lollo, ha assecondato le mie voglie durante le scorse settimane d’attesa concedendo l’utilizzo del suo portatile (e vai con i doppi sensi!).
Luciano, Mic, Nebbioso si sono adoperati per il corso accelerato di pre-parto, sempre generosi di consigli e suggerimenti.Con queste premesse e l’aiuto incondizionato e prezioso dei sopracitati non poteva che nascere un bloggino sano, con tutti i suoi begli archivi giusti, il suo template di default (presto lo svezzeremo per un template personalizzato) e completo di tutti i commenti in ben 3 anni di attività.

Con commozione e imperitura gratitudine annuncio la lieta novella:

www.mimijoy.net c’è

un altro blog in WordPress



20 09 2006

La segretaria e il capo

Ho incrociato il mio boss in corridoio, lui in direzione della toilette io di rientro in ufficio. Gli ho fatto una domanda al volo (trovarlo disponibile in certi giorni è un miracolo, sicché sfrutto ogni occasione utile, anche se non proprio opportuna). Lui nel rispondermi ha girato l’angolo, con la mano destra ha impugnato la maniglia della porta del bagno, iniziando a socchiuderla.

Credo fosse soprappensiero e concentrato nel formulare il suo discorso, trattenendosi dall’impellenza. Continuava a parlare e socchiudere la porta. Mi sono sentita in colpa, del resto però poteva anche rispondermi un semplice "Non adesso…" Ho proprio bloccato il boss nel momento del bisogno, letterale, per questo non lo biasimo, poveretto.

Poi sempre nel mezzo del suo discorso con la mano sinistra ha cominciato ad abbassarsi la zip dei pantaloni. Un gesto suppongo innocuo e non premeditato, ma sono rimasta lo stesso interdetta. Per fortuna non stavo parlando io in quel momento, perché avrei balbettato sicuramente.

E’ stato un po’ come quando vedi i cani leccarsi: sai che è naturale, ma c’è sempre un filo di morbosità nel guardarli mentre lo fanno. Sono quelle cose che ti inceppano i pensieri per qualche secondo: una spallata involontaria di uno sconosciuto, uno starnuto durante l’omelia monotona di un prete, un’imprecazione sconcia sulle labbra di una vecchina a modo.

Negli Stati Uniti avrebbero denunciato il fatto come "molestia sessuale!". Io non so ancora se l’idea che lui si senta suo agio, tanto da calarsi la zip dei pantaloni davanti a me, totalmente incurante, sia un segno positivo o meno.



19 09 2006

Sono gnucca, una vera dummy - aggiornamento su Evoluzione Cercasi

E’ un casino. Decido che affiderò a Wordpress la gestione del blog. E’ già qualcosa… un passo avanti. Stresso degli inconsapevoli blogger con le mie menate (Luciano, Mic, Tambu non odiatemi). Scarico il necessario, obbedisco al file "readme" di Wordpress e leggo tutto per benino, pur comprendendone solo il 25%. Di solito mi va di culo con ste cose, quindi proseguo e ad aiutarmi nel primo tentativo di installazione c’è anche Lo, povero martire che mi supporta e mi sopporta. Test  fallito. Manca qualcosa, ma cosa? Lo comprendo qualche giorno dopo, et voilà: immediatamente mi attivo il servizio aggiuntivo su Aruba per i database MySQL. Arrivano le coordinate mancanti, ci dovremmo essere, nel frattempo invio una mail ad un paziente moderatore Arubiano per ulteriori informazioni, il quale mi risponde gentilmente e candidamente…

Puoi attivare MySql in qualunque momento: attenzione che per usare Wordpress ti occorre Hosting Linux, nel tuo caso windows+linux, vedasi

http://assistenza.aruba.it/kb/idx/47/0/00003Hosting_Windows__Linux.html

http://vademecum.aruba.it/start/linux/php_wordpress2.html

E’ tutto meraviglioso, gli sono infinitamente grata. Davvero. A me i puzzle piacciono un casino e neanche quelli facili facili, bensì quelli "fetenti" di Escher, per intenderci. Ma che ne so io se ho l’hosting linux? Da dove lo capisco? La mail di attivazione di Aruba del lontano marzo 2005 non mi pare ne faccia cenno… Chi me lo dice? Affogo in sigle, script e istruzioni per l’uso.

Così mi scopro gnucca di brutto. Per fortuna che il servizio aggiuntivo di MySQL è attivo per due anni. Ho tempo per "qualche" tutorial. Barcollo ma non mollo!



4 09 2006

Primo giorno di scuola. A ricordarmelo sono le mamme col sorriso un po’ triste e i lucciconi davanti al portone della scuola elementare.
A me sembrano tutti piccoli questi bambini. Io non ero così. O forse sì.

Rallento per curvare attorno all’edificio, ben sapendo che oltre l’angolo uno zaino con i piedi potrebbe tagliarmi la strada. La scuola ha tre ingressi.
Faccio per abbassarmi la visiera ma decido che l’aria di settembre, da primo giorno di scuola, mi piace. Decelero ancora, le strisce pedonali me lo impongono.

La velocità quasi a passo d’uomo mi permette di vederla ancora meglio. E’ sul marciapiede a fianco a me, procede in direzione opposta alla mia, cinquanta metri più avanti, sulla destra. La bimba scioglie impaziente la manina dalla presa della madre. Un gesto infastidito, fatto chissà quante volte di fronte alle vetrine di giocattoli, al parco giochi.
Vedo la madre alzare gli occhi al cielo e sbuffare divertita. Sa che oggi sono due mani che lasciano la presa, mentre un domani sarà:
"mammachepallecheseivogliofarelamiavita".

La bambina ha iniziato a correre verso il portone sud della scuola, è come in fuga. La corsa la impegna così tanto da farle sobbalzare la mascella e tremare le guance ad ogni falcata. Non ha l’eleganza di un velocista, piuttosto è scomposta e goffa.
Non m’accorgo del tombino e rimbalzo leggermente anch’io sulla sella. Ridicola donna in moto.
Il guizzo della bimba si contrappone alla flemma della madre, che non ha modificato il passo e, dopo aver rovistato nella borsa, ha sfoderato il suo cellulare per fotografare la piccola sulla soglia del portone "Riservato alle classi I A e I B".

Si capisce che il grembiule rosa la impiccia nella sua volata finale e percepisco anch’io le scarpine nuove fregarle sull’alluce. No, è solo suggestione: sono le mie scarpe che giocano un po’ nervose con il pedale del cambio. Stringo le mani sul manubrio come lei stringe gli spallacci dello zaino. Sono regolati troppo lenti e li afferra come un paracadutista frustato da folate d’aria.

Per un istante, distratta dal rumore della moto, la scolaretta rallenta la corsa e mi osserva, affannata. Sembra dirmi con un’occhiata trionfale:
"E’ il mio primo giorno di scuola! Sono grande!"
Non reggo lo sguardo e abbasso gli occhi. Chiudo la visiera per darmi un contegno e nello specchietto retrovisore intravedo madre e figlia di spalle, ricongiunte di nuovo per mano. Giro l’angolo. Guardo avanti. Vado su di marce e accelero.

Sono io quella in fuga ora. Mi accorgo di invidiarla. Per entrambe le affermazioni nel suo sguardo spavaldo. E per quella stretta di mano. Io non ero così. O forse sì.



12 07 2006

E’ stato ieri o forse l’altro ieri,
Tornavo a casa che il sole era già in piedi,
La mia piantina lì sul davanzale,
Mi supplicava di darle da bere.

Pensavo tanto, non ne trovavo il senso…
Volevo ridere, adesso che ci penso.
Io lì seduto che me ne stavo mite,
La mia piantina urlava ho sete.

Uno, due e tre, comincerò da me.
E non sarà di certo facile.
Sto già contando trentadue, ma…
Ci sto lavorando…

Dovuta agli animi irrequieti,
Dovuta come il sonno,
Dovuta al corpo stanco,
Dovuta al cuor.

Dovuta a chi ha dovuto…
senz’altro anche dovuta a chi…
Dovuta e qui si tace…
Dovuta un pò di pace.

Poi ho creduto di averla catturata,
L’irrequietezza d’un tratto dileguata.
E’ per la gioia che stavo per ballare, quando…
Il mio sorriso mescolavo al pianto.

Vivo in un mondo che mi porta lontano,
quello in cui vivo veramente mi è cattivo,
a petto in fuori urlavo io lo cambierò,
urlavo ma ero io per primo che dovevo cambiare…

Uno, due e tre, continuerò da me.
No non ho detto che sia facile,
Sto già contando trentadue, ma…
Ci sto lavorando… Ancora un pò.

Dopo un bel poco ancora un poco e dopo un pò…
Un altro po’…

Puzzle - Porta Vagnu -  Ivan Segreto - 2004




19 06 2006

Ricetta dell’(in)felicità

Ingredienti:

1 giornata non lavorativa di sole,
1 bicicletta (meglio se la stessa di quando andavate al liceo)
1 spruzzata d’esperienza della vostra estetista prediletta,
3 dozzine di impulsi di luce allo xenon,
6 cucchiai di cera depilatoria al titanio con strisce di carta tessuto,
3 pizzichi di pizzicore post epilazione
1 bella manciata di pazienza dell’apprendista estetista,
Varie pennellate di french pedicure q.b.,
3 ore di compagnia di vostra sorella,
100 sforbiciate del parrucchiere di tendenza,
Abbondante aria calda di phon (NB la colonnina di mercurio fuori segna +30c°),
10 chili di risate a volontà con l’amica che non vedete da mesi e l’amica simpatica di famiglia
4 adesivi decorativi per manicure (meglio se a fiorellini rosa e farfalline lilla da liceale),
1 beautycase di prodotti per la ricostruzione delle unghie,
20 minuti di ritardo dell’intercity plus per Milano
1 fidanzato che vi fa raccomandazioni sul fatto di dimagrire, non abbuffarsi e prendersi cura di sé

Iniziare la bella giornata di sole con un’allegra pedalata in bicicletta. Meglio se accompagnata da paesaggio rurale della provincia trevigiana e qualche sana cantata a squarciagola con l’iPod.

Una volta giunte al centro estetico abbinate gli impulsi di luce allo xenon con l’esperienza dell’estetista. E’ probabile che si manifestino leggeri rossori nelle parti delicate, seguiti da immediati "ahi!" ma è segno che la ricetta è impegnativa ma non impossibile a realizzarsi. Se belli si vuole apparire un poco si deve soffrire…

Fatevi ungere dei sei cucchiai di ceretta al titanio e mettete a dura prova il vostro masochismo con vigorosi strappi contropelo. Quest’operazione può essere eseguita dall’apprendista giovane che condirà il tutto con tanto entusiasmo e pazienza certosina, in lotta contro la malefica peluria superflua fino all’ultima spinzettata.

Lo step successivo vede sia estetista che apprendista spartirsi i due piedini con massaggi, limatura, cremine varie e stesura di smalto per la french pedicure.

Rientrate a casa, per poi uscirne trascinando con voi la sorella. Portatela presso il salone di parrucchieri di tendenza e fatela assistere alla vostra nuova trasformazione: da capello mosso a liscio, da fronte scoperta a frangetta. Dopo le sforbiciate fatevi investire dal getto d’aria calda del phon. La variante della ricetta prevede che, se lo desidera, anche la sorella può sottoporsi ad una messa in piega.

Prendete gli ultimi ingredienti, non abbiate paura di abbondare, del resto l’amica non la vedevate da mesi e non c’è pericolo di ingrassare, se non di risate e buonumore. Sentitevi come una sedicenne e cospargete i 4 adesivi a forma di farfalline e fiori sulle vostre unghie appena ricostruite con il gel. Come finitura raccogliete consensi dall’amica di famiglia simpatica che si è appena aggregata alla seduta di manicure.

Cuocete tutti i bei ricordi, le belle sensazioni, il relax, la spensieratezza le coccole accumulate in questi due giorni nella tratta ferroviaria fino a Milano Centrale.

Sentitevi carine, un po’ sbarazzine e nuove mentre vi avvicinate al fidanzato che vi aspetta al binario.

Fatevi squadrare per qualche minuto, mostrategli tronfie d’orgoglio i risultati del vostro beauty day.

"Non ho mai avuto la passione per le frangette…" se lui ve lo dirà guardandovi di sbieco, saprete che la ricetta va servita fredda. Ben fredda.

Uff…Uffffff...



11 05 2006

Quell’amore di suocera ore 23.55 sullo schermo comprare la scritta in corsivo fuxia "The End". Il film è Quel mostro di mia suocera. Commediola da viaggio in aereo quando sei troppo rincoglionito dal jet lag e non cerchi nulla di impegnativo, solo un’alternativa in cuffia alla musica country del secondo canale.

Ci alziamo dal divano. Sparecchio la tavola, mentre Lo armeggia sul suo pc portatile in cerca di un’autoradio su Ebay. Disbrigo un po’ di cose gironzolando per casa.

"Ehi ragazza, vieni un po’ qui… siediti un attimo davanti a me"

Il tono è perentorio. Continua con un

"Parliamo un po’, cosa mi dici del film che abbiamo appena visto?"

Dal cucinino lo guardo perplessa. Piego la testa in modo interrogativo, sembro la versione umana di Rex cane investigatore. Lui invece proprio non mi bada ed è ancora lì, mezzo chino sul portatile, in attesa che mi sieda davanti a lui per farmi il terzo grado.

Sì, ma cosa vuole sapere? Dove vuole andare a parare? In che senso? Vorrà sapere cosa penso di sua madre? Vorrà dirmi che sua madre mi detesta come Jane Fonda detesta Jennifer Lopez nel film? Mi chiederà se temo che sua madre non mi voglia come possibile futura nuora? Vorrà sapere cosa ne penso del gap generazionale tra suocera e nuora?

Con fare quasi impaurito mi avvicino a lui… di sbiego, così quantomeno posso scampare l’interrogatorio faccia a faccia e intanto macino pensieri ipotesi.

Il suo volto è azzurrino, illuminato dal riflesso dello schermo del computer.

L’ansia sale, cerco di pensare a cosa sarebbe meglio rispondere se lui…

Faccio un passo, poi un altro, mi avvicino ancora a Lo, sempre più sospettosa.

Lo si volta. Fa una smorfia amareggiata…

"Sessanta secondi…solo sessanta secondi"

Non ci capisco più niente. Ho solo sessanta secondi per rispondere e poi mi giustizierà come la peggio convivente dell’anno? Ho solo sessanta secondi per dirgli che stimo sua madre, le sono affezionata e per certi versi vorrei avere la sua stessa grinta, cultura, intelligenza? Lo stillicidio di domande scomode durerà solo sessanta secondi? Aiuttt

Non lo riconosco più, il suo volto dolce lascia il posto a visioni di un aguzzino che mi tortura con "Confessa!", "Ammettilo!". Oddio, panico. Un altro passo e gli sono a fianco.

Lui si è voltato di nuovo, non mi guarda più e ora fissa il monitor. Sposto lo sguardo anch’io: un pop up con l’icona di un microfono.

"Si può registrare solo per sessanta secondi!"

Mi indica il pop up che ha una scala volume ed i tastini di play, rec, rwd, fwd.

Voleva provare la modalità di registrazione suoni del computer!

"Volevo provare a registrare la voce sul computer"

"Ahhh, [accompagnato da un mio gesto del braccio tipo mavaffa!], volevi usare il pc per registrare le interviste senza prendere appunti"

"Eh, sì ma dura solo sessanta secondi, è come niente."

Beata accennando quasi una mezza piroetta circumnavigo il tavolo e mi siedo sulla sedia davanti a Lo, accavallando le gambe in modo teatrale e dicendo a voce alta

"Uno due tre prova prova prova Sesssssso sessssso sessssssso"

Rido sollevata e penso che per l’interrogatorio schivato sarebbe più corretto dire "Uno due tre prova prova prova Sssssuocera, Sssssuocera, Sssssuocera"



10 04 2006

Mimi nel paese delle meraviglie

"Sto arrivando, scusa ancora, dammi cinque minuti e sono lì, che macchina hai?"

"Sono con un’auto nera, qui davanti all’ingresso dell’azienda, il vostro è un palazzo tutto a quadrotti di vetro, giusto?"

"Sì, sì sei nel posto giusto. Ok, arrivo!"

Porca zozza porca. Stamattina mi sono dimenticata di prendere il casco da vendere, così mi tocca tornare a casa all’ora di pranzo, in volata. Però sono riuscita a mangiare un paninetto striminzito in macchina sbrodolandomi ovviamente i pantaloni e la maglia di pomodoro. Zio billy.
Guarda qua: due macchie giganti sull’interno coscia dei pantaloni puliti - messi oggi - e una patacca sulla tetta destra. Chissà se con l’acqua andranno via, per il momento sembro una vacca pezzata.
Che figura: mi presento chiazzata, sporca come il Principe Povero. Ma chi se ne frega, devo solo consegnare il casco a questo tipo, prendere i soldi concordati con Lollo e poi arrivederci e grazie, fine della favola.

Che poi io questo neanche so come si chiama di cognome… Uffa, che palle, magari lui vuole pure negoziare sul prezzo ed io in queste cose sono negata, non riesco a fare la Strega Cattiva e mi scoccia. Che poi il casco neanche è mio… Mi sembrano tanto robe in stile il Gatto e la Volpe. Io non ho mai venduto niente tramite annunci gratuiti o aste on line.

Umph, orczozz, puah! Ma posso ridurmi così: con il casco in braccio, la tracolla penzolante, il badge tra i denti, a cercare di chiudere la macchina parcheggiata nel sotterraneo di sbieco, proprio da cafona. Cammino su per la rampa del parcheggio interrato con la scatola del casco in bilico davanti agli occhi, il nastro portachiavi che striscia per terra, imprecando… faccio più casino io dei Quattro Musicanti di Brema!

Dov’è? Oddio non mi dire che sta all’entrata laterale, qui non ci sono auto nere, solo blu scure e grigie e rosse…

Capelli candidi, sulla cinquantina, giacca in pelle nera, una pipa in mano. Sembra la versione meno smagliante di Sean Connery. Mi fa un gesto e sorride: è lui, viene verso di me. Presentazioni, continua a sorridere ed ha mani forti e una stretta sincera e sicura. Mi viene in mente Re Artù, c’è qualcosa di autoritario e buono in lui.

"Ci facciamo un boccone assieme? Hai già mangiato?"

"Veramente sì, un paninetto e mi sono pure inzaccherata tutta" gli mostro l’alone umido sul pantalone. Ti fa sentire a tuo agio, ha un modo di fare rassicurante però mai fidarsi delle apparenze, anche la strega di Biancaneve si era presentata nelle vesti di una vecchina.

"Che moto avete?" mi chiede

"io ho un Monster S2R 800, Lollo tre Ducati, tu?"

"Ah, che bello, siete tutti e due motociclisti! Eh, ne ho diciassette: un po’ italiane, altre giapponesi. Ho anche una Lambretta"

Ah, però. Me le elenca ed è troppo dettagliato per mentire. Muoviamo qualche passo verso quella che dev’essere la sua macchina, dietro l’angolo. Indubbiamente nera. Porsche, ad occhio e croce metà anni ’90. Non male come zucca fatata.

"Fammi almeno compagnia a pranzo che questo posto è opprimente" Ha ragione con questo tempo la periferia Sud di Milano è triste. Sta per mettere lo scatolotto del casco subito in macchina. Come? Dopo tutte le corse che ho fatto per portarlo qui lo paga, lo prende e non guarda nemmeno se gli va bene? E chi sono io? La figlia della serva come Cenerentola?

"Ecco…" Lo blocco, gli prendo la scatola dalle mani e gliela apro sotto gli occhi, voglio che veda il casco per bene, anche se mi ha già dato i soldi pattuiti, senza batter ciglio, pochi istanti prima.

"il colore è smoky grey, c’è su ancora il cartellino, è nuovo, un regalo inutilizzato"

"Sì sì va bene, lo provo io anche se ho una L, ma tanto non è per me, lo devo regalare"

Se lo allaccia con ancora la pipa in mano. Ha un’aria un po’ idiota, da ragazzino che vuol fare il grande o da adulto che vuol fare il ragazzino. Anche lui con la sindrome di Peter Pan, come me?

"Dài, se non hai problemi con il capo, salta su, c’è qui vicino un posto dove sono stato quindici anni fa, una trattoria…" E io mi fido. Ci penso un attimo mentre infilo le dita nella maniglia della portiera. Attenti al lupo, mi dice una vocina dentro. Non sai chi è, la foresta metropolitana di Milano è infida e piena di pericoli.
Zitto Grillo Parlante!
Eppure mi fido e sono già seduta nell’avvolgente sedile in pelle e il motore del Carrera inizia a far le fusa.
Mangiamo nella trattoria che "è cambiata dall’ultima volta che ci sono stato…" chiacchieriamo, ridiamo, come farei con un ex professore o Mago Merlino.
Paga lui, carta di credito, ovvio, ma non lo fa pesare. E’ un lupo nobile, non un marpione o un Barbablu.
Mi sento come se avessi incontrato uno zio rampante, intelligente che parla di moto e delle sue tre figlie, di casa al lago, di Norton, MV Agusta, di auto regalate, di lavori in giro per mezza Italia. Ma non lo fa mai con supponenza, con presunzione. Per lui è normale.

Lo saluto davanti all’ingresso dell’azienda con la mia manina che fa ciao ciao: pugno, aperto, pugno, aperto, quasi patetica al pari di Pinocchio al suo primo giorno di scuola. "Grazie ancora C.!" gli urlo tutta giuliva.

E chi l’avrebbe mai detto che esistono ancora dei personaggi così…Un ex principe azzurro incanutito. Mentre io con la giacca impermeabile rossa, la borsa sportiva a tracolla, senza trucco, le scarpe basse con la punta tonda potrei sembrare al massimo Cappuccetto Rosso.

Pranzo a sorpresa con lieto fine.

E’ proprio vero che i motociclisti sono una favola a parte!



28 03 2006

Gli occhi cercano di scavare tra la gente accalcata, finalmente riescono a far breccia e tra le teste e le spalle si intravede una suora missionaria.
Il suo velo azzurro e bianco la fa sembrare quasi vestita di jeans e le sopracciglia grigie sono l’unica cosa che rivela la sua età.

In un primo momento non capisco cosa sta cercando di spiegare china verso tre bimbe a bocca aperta che la fissano metà stupite e metà dubbiose. Le mani paffute della donna hanno unghie curate, ma le dita sono segnate. Polpastrelli consumati a sfogliare il breviario, e carezzare visi rugosi e scacciare lacrime di bambini viziati e di altri seviziati. Mani impiegate in lavori umili e in alte preghiere.

Qualcuno davanti a me non è più interessato e passa allo stand successivo, mi faccio largo e conquisto un posto in seconda fila.
Mi godo lo spettacolo di tre risolini eccitati, sono le bambine che tastano un groviglio lanuginoso e giallastro.
“Questa è lana…i vostri nonni la mettevano nei materassi”.
Una piccola spettatrice avvicina al naso il riccio e fa una smorfia, non gradisce l’odore “animale”.

Con pazienza la suora continua con la spiegazione mostrando vasetti di polvere color indaco e giallo zafferano. Nel caos della fiera non riesco e forse non voglio sentire le sue parole. Il mio sguardo è inchiodato sui suoi palmi che ora porgono una nuvola azzurra in cui le dita delle bimbe affondano soddisfatte, come se avessero appena toccato un angolo di cielo.

In pochi attimi il batuffolo viene sfilacciato dalla suora, inesorabile, precisa, con ritmo costante. Ha una naturalezza che pare stia sgranando un rosario, invece mi accorgo che sta filando. Eccolo lì il fuso di legno, nudo come un braccio di crocefisso. Sono sufficienti dei rapidi movimenti ed il cono oblungo si veste di filo azzurro. Sempre di più, a velocità crescente. Come se il filo fosse un serpente che intimorito di cadere a terra si attorcigliasse ad un ramo.

Mi scosto, non reggo la vista di quel filo che si tormenta nelle mani della suora e si attanaglia al fuso per farsi fitto e compatto.

Sono io quel filo.

Mi allungo nei miei dubbi, mi spezzo nella paura, mi ricompongo nel mio dolore, annodandomi su me stessa, ricominciando da capo, ripassando sugli errori, sognando di diventare una calda sciarpa o un guanto.

So che la suora sta terminando di filare il fiocco di cielo. Le bimbe imbeccate dalle mamme ringraziano la religiosa ubbidienti. La suora sorride, abbandona sul banchetto il fuso per far loro un buffetto sulla guancia.

Il tavolino da campeggio, drappeggiato di juta è sbilenco, mentre mi allontano dallo stand con la coda dell’occhio scorgo il fuso cadere a terra ed iniziare a rotolare liberando la cima del filo con una scia azzurra birichina in fuga tra il calpestio della gente.

Cerco l’uscita dal padiglione della fiera, fuori c’è il sole, cerca di infiltrarsi dai finestroni. Sono all’aperto nel cortile del palazzo.

Istintivamente socchiudo gli occhi e respiro a fondo. Quando li riapro l’azzurro del cielo mi si tuffa addosso dai trampolini di cemento dei condomini milanesi.

Sorrido in piccolo, dentro di me. Da grande sarò filo, ma di aquilone.



14 11 2005

Biker pride Con le mani a coppa sul vetro del finestrino trattengo il respiro per non appannarlo e lancio uno sguardo verso la campagna. Sono quasi le dieci di sera, per fortuna non c’è nebbia ed in lontananza scorgo la torre campanaria del Duomo, poco più in là quella della Pieve. Tra qualche minuto arriveremo in stazione. Mi chino e sistemo il libro che stavo leggendo nella tasca del trolley.

Dalla porta di vetro si affaccia una ragazza. Anche lei da un’occhiata al paesaggio notturno in cerca di un riferimento.

"Scusa, ma questo intercity non ferma anche a Cittadella?" mi chiede.
"No, questo fa Vicenza – Castelfranco, senza soste intermedie".

Avrà più o meno la mia età, capelli corti castano chiari, un bel visino, poco trucco ed è vestita con un giacchino imbottito stretto in vita e pantaloni in panno. Ha l’aspetto curato e modi cordiali.

Stavolta sono io che le faccio una domanda pensando che magari ha bisogno di aiuto o informazioni aggiuntive:
"Dovevi scendere a Cittadella?"
"No, no è che l’altro intercity che prendo di solito ferma anche a Cittadella e non capivo a che altezza eravamo"

Allarme rientrato. Mi squadra insistentemente. Sono sicura di non conoscerla e distolgo lo sguardo per puntarlo sul pannello degli interruttori elettrici della carrozza, faccio la vaga, ma percepisco che mi sta ancora osservando. Non reggo più e volto il viso verso di lei, fingendo però di voler guardare fuori dal finestrino. Mi sorride ed è proprio rivolta a me, non c’è dubbio, ha tra l’altro un’aria soddisfatta e compiaciuta. Finché non esplode improvvisa:

"Tu sei la motociclista! Indossavi una giacca da moto!"

Mi ha fulminata.
Ho un flashback e mi rivedo su un treno, un sabato mattina di tre settimane prima, con il giubbotto in pelle ed il casco in mano. Tornavo in Veneto per il week end. In programma oltre ad un pomeriggio con mia sorella c’era pure una gita in moto, giusto per restare allenata, anche se solo come passeggera quindi mi ero portata dietro l’occorrente.

"Caspita che memoria!". Il sorriso è diventato comune e d’intesa. Sì ero io, su un treno ma agghindata da amazzone, con tanto di guanti paraschiena e casco.

"Lo sapevo…" mi racconta "è che mi capita spesso di vedere delle persone mi pare di conoscerle e magari ci rimugino su dei giorni e poi finalmente mi ricordo dove le ho viste!"

"Sei motociclista anche tu?" indago speranzosa
"No, ma con quella giacca ed il casco colorato -" si ricordava pure quello! "mi sei rimasta impressa".

Il treno si è fermato con un singhiozzo, iniziamo le manovre coi bagagli e scendiamo tutti sulla banchina. Già vedo i primi abbracci, sento dietro a me i  "lasciami la valigia ché pesa" e l’umidità mi brucia le narici intontite dal caldo del treno. So già che fuori dalla stazione mi aspetta mia sorella ed affretto il passo su per le scale verso l’uscita ché ho voglia di vederla, ma mi volto indietro e saluto la ragazza "Buon week end!" ,"Grazie anche a te!".
Chissà se la troverò in treno domenica quando tornerò a Milano.
Arrivo all’atrio, poso per terra la valigia, sblocco e sollevo la maniglia per trascinarla, le porte a vetri si aprono e l’auto di mia sorella è già qui che mi aspetta.

Stasera le mie due ruote sono solo quelle del trolley ma il mio orgoglio da motociclista è ben su di giri.