18 05 2004
Il campo da bocce Ho sentito le loro voci alzarsi in un “Bravo!”, poco dopo delle risate ed il rumore riconoscibilissimo delle bocce di metallo che si toccano. Un breve applauso. Ho girato il capo, mentre stavo per risalire in auto al parcheggio e li ho visti oltre la rete, in un angolo di quiete quasi perfetta. Incuranti del parcheggio del vicino ospedale coi suoi rumori, le sirene, il viavai, la frenesia di una piccola cittadina operosa. Uomini e anche qualche donna, tutti anziani in giardino a godersi il nuovo campo da bocce, all’ombra delle betulle trapiantate lì, due anni fa.
La casa di riposo nella mia città è una bella struttura. Moderna ma non tetra, complessa ma armoniosa nelle linee. L’ingresso è un grande salone tutto a vetrate, le stanze sono ospitate in moduli speculari, affacciati a piccoli giardini interni.
Era quasi divertente girarci con mio padre, perdermi tra gli ampi corridoi e rubare qualche sguardo alle camere dei degenti. Per lui spesso era solo un tour stancante e noioso, per invece me era un diversivo, un esercizio mentale, un conforto. Spingevo la sedia a rotelle e intanto gli parlavo, come una specie di guida turistica in un viaggio nella memoria di cento anime perse, malate, inferme. Il fatto di spingere la carrozzina mi aiutava, in alcuni momenti, a non mostrargli il mio volto disperato, spaurito o solamente colmo di tristezza per la sorte che gli era toccata dal giorno dell’ictus. Parlavo e parlavo, forse anche per me stessa. Una nenia che stimolasse i suoi sensi intorpiditi dai farmaci e un mantra che allontanasse dalla mia mente i presagi di un futuro cupo.
Se il tempo lo permetteva una piccola sosta fuori dagli edifici ce la concedavamo, magari a contemplare la mia moto parcheggiata sul vialetto nonostante il divieto degli operatori sanitari. Volevo lui la vedesse, so che gli piaceva e poi gliene parlavo così tanto di ritorno dalle mie gite su due ruote.
Al sabato mattina nell’ampio salone ci si ritrovava un po’ tutti: ospiti, assistenti e parenti. Arrivava un signore in tenuta da ciclista su una vecchia bici scassata, lo spartito in uno zainetto da alpino e tante canzoni nel cuore, pronte ad invadere la sala assieme alle note di un pianoforte.
Fuori sotto i teloni c’erano ancora i mattoni, la sabbia, la calce, i pannelli. Servivano a costruire un campo da bocce con la tettoia a volta in plexiglas. Mentre gli obiettori e i volontari si occupavano della costruzione fuori in giardino, nel salone le voci tremolanti e rauche degli anziani si univano in cori: filastrocche, canzoni dialettali e brani di lirica. Se gli avventori di quest’improvvisato piano bar stonavano o non sapevano le parole non importava. Si sorrideva e si procedeva con più foga di prima. Come a dire “chi si ferma è perduto”, nonostante il tempo fosse quasi volto al termine per la maggioranza dei presenti. I lavori all’esterno erano accompagnati da una colonna sonora impolverata dai decenni. Trenta vecchietti, un pianoforte, qualche poltrona, le sedie, le badanti filippine, i parenti annoiati, la musica di vecchi Sanremo ravvivavano questa grande sala a vetri. Un grottesco acquario musicale, intriso di naftalina e odore di mensa ospedaliera.
“Guarda Papy, tra un po’ avrete anche le bocce, chissà che bello e quanto vi divertirete questa primavera!”
Quella volta non mi rispose era da qualche altra parte… Invece si schiarì la voce e si aggregò al canto: “La mula de Parenzo…”. La cantò tutta, lui che non si ricordava nemmeno più quanti anni avesse. Chissà se la sua malattia gli aveva lasciato la memoria della giovane donna di Parenzo che aveva sposato negli anni ‘60 e gli aveva dato due figlie, per poi lasciarci tutti e tre orfani nel 1991. Credo di no, altrimenti avrebbe pianto in silenzio come facevo io, fingendo di guardare il campo da bocce in costruzione, con le mani a coppa sul vetro del salone e le punte delle scarpe bagnate di lacrime.






A volte penso che i nostri cari che ci hanno lasciato, siano ancora lì, nei posti in cui usiamo ricordarli, a proseguire una vita terrena che non è più. A volte pensiamo a loro nei contesti di un tempo, che oggi sono cambiati, e ci accorgiamo che a cambiare sono gli scenari, certo non i nostri sentimenti.
Stamane transennavano la piazzetta sotto casa, iniziano i lavori, ristrutturano tutto il largo, tolgono l’asfalto e mettono il lastricato, faranno anche una fontana… ho pensato a mia nonna, che lì mi portava a giocare da bambino, mentre si faceva delle gran chiacchiere con la barista, veneta come lei… Oggi, in una piazzetta che sta cambiando, la barista mi ha fermato, per le solite due chiacchiere in cui come di regola mi ricorda di mia nonna e di quanto andavano daccordo… sono quattordici anni che lo fa… da quando mia nonna se ne è andata… questo mi fa pensare che chi ci lascia continui a vivere in noi e nelle persone che gli hanno voluto bene.
Bacio Lo
P.S. Mia nonna cantava sempre… La Mula de Parenzo….
Attenta Mimi, perché ora Tyler sa che sei di Treviso… e da quelle parti ci capita almeno 1 o 2 volte l’anno…
ah, by the way, anche Micia è di Treviso. E pure Cynthia.
mi piace davvero molto come scrivi…
Guarda avanti, la morte è solo una fase della vita, e sono certo che tuo padre ha vissuto come pochi.
Se penso che ancora oggi non riesco a parlare con i miei genitori…e ormai tutto è stato sostituito dalle bimbe.
Pensaci, prendilo come un suggerimento.
Ciao, F.
E’ indubbio il tuo talento, mentre scrivi i pensieri gocciolano giù sulla carta, a volte attraveso gli occhi, altre attraverso le mani, la penna, l’inchiostro.
Passavo per caso, come ogni tanto faccio, e mi sono fermato a leggere.
Ci penso spesso a quello che posso fare ora mentre tute le condizioni sono ancora favorevoli, e sto riuscendo a vincere bambineschi orgogli e ripicche inutili. Discorso sibillino lo so, ma va bene così.
Ti abbraccio Mimi’ e condivido col cuore questo mio ultimo pensiero:
“Credo che l’importante sia davvero incamerare gioie e dolori, di qualunque entità esse siano, così da non essere vissuti per niente…”
Ti bacio sulla guanciotta rossa
Jack
A volte desidero essere come voi, poter godere delle sofferenze per la morte dei tuoi cari, invece la morte mi scivola addosso e sulla tomba di mio padre non ho mai versato una lacrima. Non capisco cosa, sia, cinismo, forza, apatia. No ho sensi di colpa e questo mi fa sentire colpevole, perchè non temo la morte!?!
Anonimo/a: Non esiste un galateo o un manuale del perfetto figliol prodigo orfano di padre… Mettila così, se proprio lacrime devono essere: piuttosto che piangere sulla tomba del proprio padre meglio piangere alla nascita del proprio figlio. Bax MJ & 600 RR
Anonimo, spero tu non sia l’anonimo che penso io. Ma se così fosse ricordati che non è mai tardi per parlare, e che le persone che ti vogliono bene, magari non hanno mai parlato solo per rispetto e paura di intromettersi, ma aspettano solo un tuo segno.
Lo
mimì… mi domdavo se il tuo lui sa del tuo blog… (racconto toccante…)
Maggie, hai un msg pvt
Bax MJ
il buco della serratura della nostra vita è troppo piccolo perchè l’occhio di dio riesca a spiare divertito. sono tutti conti nostri. e di nessun altro.
ciao Chris (sixten)
(giorni incasinati, d’assestamento)
Solo un abbraccio Mimì, solo quello.
Titty
thorrisposto!:)
Ricordi tristi ma dolci pieni di amore…Anche mio padre sta in una deliziosa casa di riposo,anche mio padre ha avuto un ictus,meno grave di quello di tuo papà,ma lui è stato capace di tramutare il grande amore che avevo per lui in lacrime di rabbia.Quando lui non ci sarà più io soffrirò lo stesso ma i miei ricordi non saranno pieni di una così dolce tristezza.Mi hai commosso un bacio
Scusa…ma io non ho capito cosa mi hai lasciato scritto..
riesci a commuovermi, ma non è una sorpresa…
p.s. avevi già la hornet all’epoca?
p.p.s. tutto ok poi il weekend romano?
)
: ))
senza parole. stupendo. e permettimi un abbraccio
Dolcissima Mimì, sento il soffio delle cose belle sfiorarti nella vita al ritmo del canto di tuo padre.
So che il senso ultimo delle cose si tocca, primo o poi nella vita, e gli odori, le parole, le sensazioni e le immagini che ti investono in quelle situazioni non sono altro che barlumi di divino che si rivela sempre meglio, giorno dopo giorno, ai nostri occhi, continuando a vivere.
Penso alle tante foto che mi hanno fatto conoscere il tuo bel sorriso e credo che nel mondo dei blog c’è l’immensa fortuna di conoscere, leggere e stimare persone belle come te.
Trottola mi preoccupa. e’ come se avesse una gravidanza isterica capisci? :/
fammi sapere…:)
grazie per il passaggio sul blog…io terrò d’occhio il tuo. Lo “sbattipupazzo” usalo con moderazione e attenta a far passare sempre un paio d’ore dopo mangaiato!!!! Non è un gioco per bambini, ahimè!
Ciao
allora con il principe sono stata all’enoteca di villa revedin, molto carina davvero a gorgo al monticano, vicino a oderzo. poi a motta di livenza ho visitato l’eccellentissimo dove puoi anche pranzare e cenare, ottima carne visto che i proprietari hanno le migliori macellerie della zona. a oderzo il gellius con la sua archeologia in bella vista è davvero straordinario…. credo cmq sia costosetto. ma dove stai tu? treviso? io, come avrai capito, vivo a jesolo ma sono una giornalista freelancer mestrina. sono molto arrabbiata con te perchè per colpa del tuo bellissimo blog che ho letto dall’inizio alla fine, tutto tutto, sono quasi le cinque del mattino. magari se frecci per jesolo (evita via bafile che oltre ai 30 all’ora quotidiani la notte è già in versione pedonale) ci incontriamo, la mia migliore amica è una mamma sottiletta con triumph speed triple (spero si scriva così, sono quasi totalmente ignorante in materia anche se possiedo una maglietta di freeway magazine). Com’è “brava a letto”? Volevo comprarlo anch’io…bacio e a presto!
Ho gli occhi lucidi. Molto bello quello che hai scritto. Ciao