26 05 2006
Barcellona. Assaggiata in tutta fretta un anno fa per lavoro. Adesso ho l’occasione per gustarmela. Sono sola con persone che non conosco bene. Una vacanza "incentive" che ancora non sento di meritarmi ma che ho desiderato fortemente. Riconosco i dintorni dell’aeroporto del Prat. Dal finestrino del taxi inalo aria e polvere catalana. La radio frigge risate e chiacchiere. Tutto mi sembra nuovo e conosciuto al tempo stesso. C’è vento. C’è sempre vento a Barcellona mi dice l’accompagnatrice dell’agenzia.
L’hotel Rey Juan Carlos I è un colosso di cemento e vetro. Al suo interno quindici piani di corridoi inquietanti che ti attirano verso gli ascensori panoramici. Una forma quasi da vulva tecnologica. Legno, vetro, metallo, neon. La camera al dodicesimo piano ha una finestra ampia su Barcellona. Ma non si apre. Mi sento sigillata in una capsula di lusso e la città fuori ai miei piedi pulsa, chiama, bussa. No, non è la città che bussa ma la cameriera filippina. Mi lascia un vassoio con acqua frutta fresca, cioccolatini e un invito del direttore dell’hotel al cocktail in vip lounge.
Il letto matrimoniale mi ricorda che sono sola. Mi ci siedo per sfilarmi le ballerine e indossare le scarpe da tennis per il tour della città. Sono lusingata da questo servizio di lusso ma mi sento comunque sola.
Plaza de Catalunya è un fermento di turisti, studenti, gente comune. In un attimo confluiamo nelle Ramblas trascinate dai cinguettii dei pappagallini in gabbia, e dai versi degli artisti di strada. Divertenti uomini-statua che si animano al tintinnio delle monete. Mi resta un velo di tristezza non appena cerco di immaginarne la vita senza trucco e vestiti di scena. Arriviamo in metro alla Sagrada Familia che il sole s’è nascosto dietro le nuvole. Non importa è bellissima. Bella come la fantasia di un bambino l’avrebbe immaginata. Bella con i suoi ghirigori, i particolari, le forme oniriche, fluide, stilizzate. Credo la si potrebbe ammirare per giorni interi senza stancarsene mai. Finita nel 2020? No, la Sagrada Familia è un organismo vivente. Vibra di energia, sembra una pianta marina.
Sono una compagna di viaggio patetica, sembro in gita scolastica: indico tutto, scatto foto, resto estasiata davanti ai monumenti, accendo lumini in chiesa, mi perdo alla Boqueria, compro souvenir patacca, mi sforzo di rispondere in spagnolo anche quando i negozianti si rivolgono a me in italiano. Dai negozietti mi chiamano "italiana, guapa, compra" ed io che speravo di sembrare una catalana, di fondermi con la città in cui volentieri vivrei. Le mie compagne sono più pacate, forse più abituate a viaggiare. Mi rendo conto che il mio entusiasmo infantile le urta. La sera mangiamo un po’ di Barcellona. Il ristorante è in periferia ma la cucina è buona, e ci sono degli universitari della goliardia con abiti e spillette, drappi che suonano per intrattenere gli ospiti in giardino. Dei ragazzotti inglesi dormono, ubriachi marci, seduti sotto le buganvillee, incuranti della musica e del panorama che la città gli offre generosa.
Mattina presto un tassista muto ci scarica vicino Santa Maria del Mar, la chiesa è chiusa, Barcellona ancora dorme. Scorgiamo ed inseguiamo due giganti di cartapesta, un uomo e una donna. Figure folcloristiche che si perdono nei viottoli del Barri Gotico. Un safari fotografico che inaspettatamente ci guida fino al Porto. Tra poche ore proprio da qui ci imbarcheremo sulla Voyager of The Seas.
Un paese galleggiante. Qui c’è tutto, persino il negozio di fiori, il parrucchiere, un campo da minigolf, una pista da pattinaggio sul ghiaccio, un cinema e la parete per il free climbing. Nella mia cabina torno a scoprirmi sola e con due giubbotti di salvataggio. Uno per me e uno per la mia anima? Salgo sul ponte a prendere il sole controvoglia. A casa non abbiamo uno specchio "a figura intera" e quello che ho in cabina è spietato. Non mi piaccio. Quanto successo al mio corpo dalle spalle in giù in quest’ultimo anno lo vedo nella sua interezza, per la prima volta oggi, e non mi piace. Vorrei davvero mimetizzarmi con la sdraio, volare via da questa nave e posarmici di tanto in tanto come un gabbiano che si riposa ma riprende presto il largo verso il cielo. Provo a stordirmi con una birra gelata e dormire. Ci riesco nonostante la musica jamaicana dal vivo ad alto volume. La pelle scotta, ma sento che la luce del sole non è arrivata dentro fino in fondo a me. Sono ubriaca di lusso, il personale di bordo è sempre sorridente e solerte.
Si cena in una sala in stile Titanic.
Penso a questa nave in cui si è liberi in mezzo al mediterraneo, liberi di scegliere se crogiolarsi al sole con un Miami Vice in mano, liberi di sudare in sauna e palestra, liberi di acquistare a prezzi da duty free. Sono libera e prigioniera. Navighiamo. I cellulari non prendono. Il mio confine è la balaustra da cui mi sporgo sul ponte, chiudo gli occhi e stringo le mascelle. Non mi manca nulla e forse è questo il problema.
Scendiamo al ponte 4, tra poco inizia lo spettacolo sul ghiaccio. Cinque posti vicini non ci sono. I novecento posti del teatro del ghiaccio sono quasi al completo. Ci suddividiamo, mi ritrovo di nuovo sola. Il telo mare sulle spalle scottate dal sole, in bocca ancora il sapore della piña colada. Sono seduta davanti ad una pista di ghiaccio, su una nave, ho appena preso il sole, tutto così bello, la coppia di pattinatori scende in pista e io piango, mi asciugo col telo che sa di cloro e abbronzante. Piango per quanto è bello vedere salti, abiti scintillanti, e il suono delle lame dei pattini sul ghiaccio. Piango per quanto è bella Barcellona, per i suoi colori, il sole, gli edifici, le chiese, il porto, la paella, il vino tinto e muchas gracias, hola guapa italiana. Troppo. Troppo tutto. Troppo relax, troppo lusso, troppe novità, troppe emozioni, troppo entusiasmo che si intride di tristezza e allora continuo a piangere.
Sbarchiamo al mattino presto e perdiamo due ore a depositare i bagagli all’aeroporto e tornare in centro. Una caccia veloce agli ultimi souvenir. Una sosta da Paramitas dove comprerei tutto, t-shirt spiritose, colorate, disegnate…buffo che il loro claim si a proprio "love and pain". Amore per la vita e dolore. Bellezza e pianto. Cuori e picche. Compro un paio di avarcas di Minorca, sono così comode che quasi non le voglio togliere, ma mi rimetto su le scarpe da tennis, sarà più bello indossare i sandali menorchini a Milano, mi faranno sentire meno lontana dalla Spagna. Lascio Barcellona e la saluto dal finestrino dell’aereo da cui rivedo pure la nostra supernave di lusso attraccata al porto. Muchas gracias Barcelona, hasta luego.






Bentornata. Besos & lamps. Rey
Che bella Barcellona, ci sono stato sei mesi fa. Per qualche verso mi ha ricordato Bologna..
Beh, a dire il vero mi ero innamorato di una cameriera svedese, in un pub inglese sulla rambla..
ancora grazie
cari…
leX
PS: quando apro qs blog mi dà errore alla riga 1441 … lo debbugghiamo?
;)))